La Cia, il colpo di Stato in Cile, l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, l’isola di Pasqua – anzi, Rapa Nui – con le sue enigmatiche teste di pietra. Ma anche la vecchiaia, la morte che arriva, le domande più bizzarre: in Paradiso ci saranno i dinosauri? E le tarme? Era difficile mettere insieme tutto questo. E raccontare di due agenti della Cia che hanno attraversato, spargendo sangue e morte, metà del globo, uccidendo gente in paesi di cui non sanno neanche scrivere il nome. E allo stesso tempo, raccontare il malessere, la malinconia, quasi il disgusto per il loro lavoro. E il sentimento di amicizia che lega i due agenti, arrivati entrambi alla fine di una corsa della vita. Sembrava impossibile tenere insieme tutto ciò. E raccontarlo con un’ironia che non cancella l’amarezza, con un interrogarsi sul senso della vita – e della morte – che non impedisce mai la risata, che arriva proprio quando hai le lacrime agli occhi.

Martin McDonagh è riuscito in tutto questo. E l’applauso che ha salutato i titoli di coda di Wild Horse Nine, in concorso a Venezia, sta a dimostrarlo. Il film è un cavallo selvaggio che potrebbe proseguire la sua corsa molto, molto a lungo. Forse fino agli Oscar. Il regista, Martin McDonagh, è quello di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, che di Oscar ne ha portati a casa due, per Sam Rockwell e Frances McDormand, e de Gli spiriti dell’isola. A dare corpo al suo film è un John Malkovich in stato di grazia. Sgualcito, con lo sguardo perduto in qualche remoto pensiero, con i ricordi dell’attentato a JFK, con le memorie dettate a un registratore, che forse faranno luce su quel giorno maledetto. Malkovich lo interpreta con dolcezza e prepotenza. Isterico e malinconico, feroce e tenero. Morente e mortale. Servito da un dialogo sempre in punta di rasoio, Malkovich è da applauso praticamente in ogni scena. Ottimi, al suo fianco, anche Sam Rockwell e Steve Buscemi, che ci trascina idealmente dalle parti dei fratelli Coen, il cui spirito non è lontano da quello di questo film.