Di fronte all’urgenza di accelerare la transizione ecologica del Paese – i consumi energetici coperti da rinnovabili devono almeno raddoppiare entro il 2030, per rispettare i pur timidi target Pniec e Red III –, anche la Toscana felix si trova oggi intrappolata nella doppia morsa tra sindromi Nimby e Nimto che bloccano le autorizzazioni: i dati Terna mostrano che la regione è sul podio delle ultime tre rispetto agli obiettivi da raggiungere tra appena quattro anni. Ogni nuovo impianto autorizzato dovrebbe dunque essere festeggiato come un progresso verso bollette più basse, mitigazione della crisi climatica in corso e sì, anche tutela di un paesaggio che rischia molto di più di essere spazzato via da eventi meteo estremi che essere ombreggiato da qualche pannello fotovoltaico. Eppure il caso dell’agrivoltaico da 20 MW a Ribolla – e non solo lui – ci ricorda che non c’è sostenibilità ambientale senza sostenibilità sociale: possono marciare solo in parallelo.

«Non può esserci spazio in Toscana per progetti energetici riconducibili a multinazionali coinvolte nelle violazioni dei diritti umani nei Territori occupati palestinesi e inserite nei dossier ufficiali dell'Onu», affermano oggi Dario Danti, segretario di Sinistra italiana Toscana, e Filiberto Zaratti, portavoce dei Verdi Toscana, sull'impianto agrivoltaico “Ribolla” previsto nei comuni di Roccastrada e Grosseto e promosso dalla società Spv energy 3, con sede legale a Milano, in Piazza delle Cinque Giornate n. 10: «A seguito della conclusione favorevole della Valutazione di impatto ambientale (Via) nell'ambito dell'Autorizzazione unica energetica (Aue), sono emersi gravi e documentati interrogativi che riguardano in modo sostanziale la struttura proprietaria della società proponente. La Spv energy 3 infatti farebbe capo alla multinazionale israeliana Shikun & Binui Ltd».