L’intesa con Caracas, per la regia degli Stati Uniti, che permetterà al Cane a sei zampe di operare il super giacimento petrolifero di Junin-5, rappresenta non solo una vittoria dell’Italia in uno dei mercati più strategici del mondo. Ma anche la pietra angolare di una nuova era dell’energia per il Paese sudamericano. Ecco perché
La mappa delle forniture energetiche globali, con ogni probabilità, verrà riscritta. Un riposizionamento lento, ma costante, partito una manciata di mesi fa, cioè da quando gli Stati Uniti hanno aperto con una buona dose di polso il mercato petrolifero venezuelano. Mercato vissuto per oltre due decenni all’ombra di un paradosso: le più grandi riserve globali di greggio rendevano una produzione anemica a dire poco. Colpa di certe infrastrutture non all’altezza degli immensi giacimenti sudamericani e di certa politica. Ora però il vento è cambiato e il greggio del Venezuela è pronto a finire in nuove mani. Mani anche italiane, oltre che americane (il colosso petrolifero statunitense Chevron ha annunciato un accordo da 7 miliardi di dollari sempre con il Venezuela per lo sviluppo di due ulteriori giacimenti petroliferi nella cintura dell’Orinoco, più che raddoppiando la produzione in cinque anni).











