Chi cerca poltrone arriva tardi
Claudio Velardi
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Senza tanti giri di parole: in Italia, al momento, il centro politico è morto. Non è malato, non è in crisi, non attraversa una fase di transizione. È morto. La legge elettorale che uscirà dal Parlamento – se uscirà, e qualunque forma prenderà – spingerà il sistema verso una bipolarizzazione ancora più feroce: due coalizioni, due candidati, due accanite tifoserie. Mentre lo spazio di mezzo resta occupato da un ceto politico rissoso e diviso, impegnato più a contarsi che a contare, più a cercare una collocazione che a elaborare una proposta. Ogni settimana una federazione annunciata, una scissione consumata, una leadership contesa. Inutile piangere: prendiamone atto e archiviamo la pratica.
Ma proprio questo approdo mediocre ci consente di ragionare con maggiore libertà, fuori dall’asfittica contingenza politica. Perché una cosa è il centro come spazio elettorale – quello è defunto – e un’altra è il centro come funzione. E quella funzione è oggi più necessaria che mai. Non parlo di un partito, ma di un metodo. Non di una casella nel sistema politico, ma di un modo di stare dentro i problemi del Paese. È una funzione che un giornale può svolgere persino meglio di un partito. Oggi un partito al centro rischia di vivere di risulta; un giornale al centro può – deve – vivere di idee. Presidiare il centro significa due cose, in apparenza diverse, in realtà complementari.







