La ristrutturazione di Volkswagen rischia di produrre conseguenze ben oltre i confini della Germania. Il piano guidato dall’amministratore delegato Oliver Blume prevede infatti di ridurre la capacità produttiva globale del Gruppo da 12 a 9 milioni di automobili, una contrazione che potrebbe colpire direttamente anche numerose aziende italiane della componentistica.

Particolarmente esposto è il Veneto, dove la filiera automotive comprende circa 11.000 realtà, dalle piccole partite IVA fino ai gruppi industriali più strutturati. Complessivamente queste imprese generano esportazioni per quasi 1,5 miliardi di euro e molte lavorano direttamente o indirettamente per i grandi costruttori europei. La riduzione dei volumi Volkswagen potrebbe quindi trasformarsi in meno commesse e maggiore pressione sui prezzi.

Fino al 30% delle aziende in difficoltà

A delineare le possibili conseguenze è Alessia Miotto, presidente del gruppo metalmeccanica di Confindustria Veneto Est e vicepresidente di Federmeccanica. Secondo Miotto, una quota compresa tra il 20 e il 30% delle aziende interessate potrebbe entrare in una fase particolarmente complessa.

Il problema nasce dalla struttura stessa della filiera. Se un costruttore diminuisce il numero di automobili prodotte, cala inevitabilmente anche la richiesta di componenti. Per le aziende più dipendenti dall’automotive questo può significare impianti meno utilizzati, ricorso alla cassa integrazione e, nei casi peggiori, conseguenze sull’occupazione. Ma i volumi rappresentano soltanto una parte del problema.