Il problema non è a Mosca. Il problema è a Roma. A via della Scrofa, il titolo del Financial Times piombato ieri sul tavolo della destra italiana ha trasformato una concorrenza elettorale in un affare di politica estera: Roberto Vannacci viene descritto come un possibile «cavallo di Troia russo» capace di mettere alla prova Giorgia Meloni.

Parole pesanti. Ma andiamo ai fatti, perché qui bisogna separare ciò che è documentato da ciò che è sospettato, le dichiarazioni pubbliche dalle ricostruzioni giornalistiche, l’allarme politico dalla prova che non c’è. Nessuno ha mostrato una «pistola fumante». Nessuno ha documentato in modo conclusivo un rapporto operativo fra Vannacci e il Cremlino. Eppure, secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, dentro Fratelli d’Italia circola da mesi una domanda brutale: a chi risponde davvero l’ex generale?

È questa domanda, più ancora del titolo britannico, a scuotere le stanze del partito. Perché una cosa è affrontare un avversario che porta via voti. Altra cosa è chiedersi se quell’avversario possa diventare il veicolo di una linea filorussa, incompatibile con la postura euro-atlantica costruita dalla premier dal suo arrivo a Palazzo Chigi.

Meloni ha investito molto su quella postura. Sostegno all’Ucraina. Condanna dell’aggressione russa. Fedeltà alla Nato e al quadro europeo. Rapporti ricuciti con governi e istituzioni che guardavano con diffidenza alla destra italiana. Non soltanto parole: l’Italia ha sostenuto nel G7 un sistema comune di analisi delle interferenze informative straniere, mentre il Servizio europeo per l’azione esterna ha dedicato il quarto rapporto sulle minacce Fimi (manipolazione e interferenza informativa straniera) proprio a queste operazioni.