VENEZIA – C’è un’inquadratura, nel nuovo film di Alina Marazzi presentato in apertura di Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, in cui il dito di Gerda Taro esita sull’otturatore. Un attimo, forse mezzo secondo, in cui la fotografa smette di essere soltanto uno sguardo e torna a essere corpo nel mondo. È in quella sospensione minima che La ragazza con la Leica, tratto dal romanzo Premio Strega di Helena Janeczek, trova la sua domanda più urgente, quella che va chiaramente oltre la biografia della prima fotoreporter morta sul campo di battaglia: che cosa significa guardare, e continuare a guardare, mentre qualcosa muore davanti a noi?

Per Marazzi la guerra civile spagnola è lo sfondo, seppure eroico, dove la fotografia da semplice documentazione diventa scelta morale ripetuta a ogni fotogramma.

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Ogni volta che Taro solleva la Leica sceglie di intervenire, di stare dentro la Storia, come lei dice, invece di scappare, invece di distogliere lo sguardo. È la responsabilità della testimone, quella che grava su chiunque scelga di restare a guardare, con tutte le conseguenze del caso: uno sguardo, quello di Taro, che non redime nessuno e che sottrae all’oblio. La Leica, in questo senso, è sì lo strumento che ha reso Gerda Taro e Robert Capa una leggenda condivisa – la doppia identità inventata a Parigi, il nome falso che diventa più vero della vita reale – ma anche la metafora di un patto: guardare per conto di chi non può, o non vuole, vedere.