Non sappiamo cosa ne pensino i bookmaker, ma mentre facciamo le valigie per il Lido una cosa sembra certa: tra i vincitori della Mostra del Cinema di Venezia (2 - 12 settembre) ci sarà “Woman Unknown”, opera terza della regista di origini egiziane May El-Toukhy. Chi lo ha visto giura infatti che questa storia di colpe e sospetti nella Danimarca del secondo dopoguerra risuoni con forza nel nostro presente. Inoltre è l’unico film in Concorso diretto da una donna. E con tutte le polemiche che ci sono state verrà guardato con attenzione dalla giuria e dalla sua presidente Maggie Gyllenhaal (già miracolata al Lido nel 2021, a proposito di quote rosa, con “La figlia oscura”, che soffiò il premio per la sceneggiatura a concorrenti ben più meritevoli). Poi magari il Leone va a Nanni Moretti per “Succederà questa notte”, da Eshkol Nevo, o all’anglo-irlandese Martin McDonagh, il regista dell’amatissimo “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, di ritorno con “Wild Horse Nine”, spericolata black comedy ambientata nell’Isola di Pasqua alla vigilia del golpe di Pinochet. Accanto a John Malkovich e Sam Rockwell nel cast c’è anche Tom Waits. Sarebbe il terzo Leone d’oro per il bluesman dopo “America oggi” di Altman, 1993, e “Father Mother Sister Brother” di Jarmusch.Poco importano comunque i favoriti: i tappeti rossi dominano i social, ma ai festival si va per scoprire nuovi talenti, fare il tifo, tastare il polso al cinema cioè al Pianeta. E su questo la Mostra di Venezia, la diciannovesima diretta da Alberto Barbera, non teme confronti. Dalla A di Ambiente alla Z di Florian Zeller, regista di un film con Javier Bardem e Penelope Cruz titolato seccamente “Bunker”, le angosce del nostro presente si inseguono in un cartellone molto ben articolato, anche in senso geopolitico. Con temi e figure ricorrenti a rendere l’allarme ancora più urgente.Non c’è solo il presente spezzato di Paesi come la Palestina ("Naza" di Yuval Abraham e Rachel Szor, due degli autori di "No Other Land") e l’Iran (“A Bit of Light” di Ali Asgari, in Concorso; “Falling House” di Mohsen Gharaei, Orizzonti). C’è anche il passato che non passa e continua a ossessionarci, in Argentina (“Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis) come negli Usa (“Mr. Nelson, Did You Kill People?” di Shinya Tsukamoto, dalle memorie di un reduce dal Vietnam). O nella Russia stalinista dello smisurato “Dau” di Ilya Khrzhanovsky, ricostruzione ossessiva di un mondo scomparso che ha generato finora varie miniserie tv e una decina di film (di quello uscito anche in Italia nel 2021, prima che scoppiasse la guerra con l’Ucraina, l’Espresso parlò diffusamente a suo tempo), oggi assurdamente accusato di propaganda filorussa.Non a caso, del resto, tra identità e memoria nei film di Venezia si moltiplicano anche i casi psichiatrici, le crisi psicotiche, gli scambi di personalità. Solo in Concorso, ecco “Bucking Fastard”, diretto dall’ineffabile Werner Herzog, con le vere sorelle Kate e Rooney Mara, per la prima volta insieme sullo schermo, nei panni di due sorelle simbiotiche fino al punto di non ritorno. “15/18 (A Place to Heal)” del dotatissimo Cédric Kahn, si svolge tutto tra le mura di un ospedale psichiatrico francese per adolescenti. “Primetime” di Lance Oppenheim segue la storia vera di un giornalista tv (Robert Pattinson) che indaga sui pedofili con metodi non migliori dei loro.Mentre passando ai nuovi talenti di Orizzonti, sismografo ancora più sensibile, Edoardo Gabbriellini porta finalmente sullo schermo “La città dei vivi” di Nicola Lagioia, ispirato al terribile omicidio di Luca Varani. Riccardo Scamarcio, padre di un ragazzo cerebroleso ne “I figli della scimmia” di Tommaso Landucci, fugge le proprie angosce identificandosi un po’ troppo nel fratello, che ha invece un figlio sano e amatissimo. E anche il talentuoso polacco Grzegorz Debowski, in “What Belongs to Others”, esplora la paradossale rinascita di una donna umiliata e offesa che si appropria per caso di un’altra esistenza andando a vivere nella casa di un defunto fino ad assorbire poco a poco il suo passato, le sue relazioni, addirittura la sua personalità.Solo una serie di coincidenze, forse, ma difficili da ignorare. A cui fa da contraltare un‘altra ossessione che serpeggia al Lido: riportare in vita mondi scomparsi con cui non abbiamo ancora finito di fare i conti. Magari non tutti hanno i mezzi spropositati di “Dau”, per la cui realizzazione è stata ricostruita in scala 1:1, in ogni dettaglio, un’intera Città della Scienza (quella in cui visse e lavorò fra gli anni Trenta e Cinquanta il grande fisico Lev Landau). Imponendo ad attori e maestranze il rispetto non solo degli abiti ma del linguaggio e dei comportamenti dell’epoca, anche quando non erano al lavoro.Ma il passato può riemergere all’improvviso in molte altre forme. Come si vedrà nell’ipnotico “Imperium” (Fuori concorso), tre ore di film-collage che il grande ucraino Sergei Loznitsa ha realizzato selezionando e ri-sonorizzando centinaia di ore girate da un gruppo di cineasti italiani spediti dal Pci tra il 1970 e il 1973 nelle più remote repubbliche sovietiche, d’intesa con Mosca, per realizzare un grande reportage sulle glorie del sogno socialista (capo delegazione era il grande etnomusicologo Diego Carpitella, tra i cineasti Folco Quilici, Luigi Di Gianni, Giorgio Arlorio). Salvo poi accorgersi che quelle immagini raccontavano tutt’altra storia, dunque seppellirle nei cellari dell’Aamod, Archivio del Movimento Operaio e Democratico, da cui sono riemerse solo per finire nelle mani di Loznitsa. Che ne ha estratto un arazzo lirico e struggente sulle mille anime e culture di quella che si chiamava Unione Sovietica.Qualcosa di simile, partendo però da materiali di famiglia, fa anche Elisabetta Giannini, figlia della regista Antonietta De Lillo, in un lavoro che si vedrà invece nella sezione indipendente Giornate degli Autori, “La leggenda del deserto”. Negli anni 90 sua madre era infatti andata nei campi profughi dei Saharawi, nel deserto del Sahara, con la sua altra figlia, Carolina De Lillo Magliulo, che allora aveva appena otto anni. E oggi riappare adulta davanti all’obiettivo di sua sorella Elisabetta, di nuovo tra i Saharawi, per interrogarsi sulle speranze tradite di quel popolo e sulla distanza che la separa da quel lontano viaggio. In un gioco di rime e riflessi che rende ancora più universale l’esperienza.Riesumare immagini dimenticate, o magari cercare nel presente le tracce di un passato rimosso, equivale del resto a realizzare la vocazione essenziale del cinema: rendere visibile l’invisibile. Oggi che tutto sembra essere stato già visto, anche scoprire che certi mondi non sono affatto scomparsi è infatti un gesto poetico dirompente. Soprattutto se si sa come far parlare e perfino cantare quei mondi. Come accade in un altro gioiello in programma alle Giornate, “Uno si distrae al bivio”, diretto dalla giovane Alessandra Lancellotti. Un ammaliante docu-western musicale e contadino girato nelle aree interne della Lucania che riparte dai versi di Rocco Scotellaro, figura cara a Carlo Levi e Italo Calvino, per chiedersi «cosa resta di una civiltà millenaria dopo la fine della lotta per la terra e il tramonto dell’illusione industriale». Restano i volti, i canti, i paesaggi. Il sapere millenario di chi ha scelto di restare su quelle terre mentre il mondo andava a precipizio in un’altra direzione. E chissà che non si possa ricominciare proprio da qui.
Allarme rosso a Venezia: tra Pinochet, Stalin e cronaca nera, nei film della diciannovesima Mostra diretta da Barbera l’angoscia è di casa. E sfocia nella follia
Catastrofi climatiche. Conflitti senza soluzione. Le ansie del nostro presente si inseguono in un cartellone molto ben articolato, anche in senso geopolitico. C










