I droni trovati all’aeroporto di Lipsia/Halle sono un attacco commissionato dalla Russia in Germania. Un’accusa, quella di Berlino, che segna un prima e un dopo nella guerra ibrida del Cremlino contro l’Europa, ma anche un forte campanello d’allarme per l’Italia: uno dei due attentatori, un bielorusso con passaporto russo, sarebbe entrato nello spazio Schengen con un visto italiano. Rivelazioni che scaldano il clima politico lungo le solite crepe nella maggioranza di governo; scoperte che si sommano a una lunga lista di casi e dati che suggeriscono la forza della penetrazione in Italia di hacker, spie e influencer filorussi assoldati per sabotaggi, fughe di notizie e campagne di disinformazione.

Il 4 agosto è stato ritrovato un velivolo con materiale esplosivo vicino a un Antonov, un aereo ucraino. Una scoperta clamorosa: lo scalo di Lipsia è usato dalla Nato per rifornire militarmente Kiev. Non solo: chiuso l’hub, un altro drone ha colpito un cargo della DHL, senza danni. Dieci giorni più tardi è stato ritrovato un terzo drone e, non lontano, altro esplosivo militare. Reperti che, una volta analizzati, hanno portato il governo tedesco a identificare la matrice russa dell’attacco. Il collegamento con l’Italia arriva quasi un mese dopo. Alla rivelazione della Bildt sul visto italiano di uno dei due sospettati, la Farnesina promette verifiche: “Controlleremo. Se è così, cercheremo di capire perché è stato concesso quel visto”. Ma non sarebbe mai transitato in Italia.