L’attenzione del mondo occidentale si sta rapidamente stancando della tragedia ancora in corso al confine tra Nepal e Tibet, dove il progressivo scioglimento dell’Himalaya ha provocato un’enorme valanga di ghiaccio e detriti che il 26 agosto ha provocato un’esondazione da oltre mille morti e circa 4mila dispersi, ma la crisi climatica non colpisce “solo” i Paesi in via di sviluppo: bussa con forza anche a quelli di più antica industrializzazione, i grandi responsabili delle emissioni di gas serra. Anche l’Italia è nella lista, e l’arco alpino è tra le aree più fragili a risentirne, come mostra da ultimo la frana che ieri notte ha investito la parete nord-est del Monviso.
«Sono cinque o sei anni che queste frane arrivano ciclicamente […] e purtroppo la frana di ieri sera non è una novità. È una delle più grosse che sono scese sulla nord-est del Monviso ma non è che faccia tutta questa differenza rispetto a quelle che sono già scese in passato. Si dà risalto al singolo evento, ma non alla situazione generale che invece viene ignorata», spiega Alessandro Tranchero – rifugista del Quintino Sella – al Club alpino italiano (Cai), riferendosi all'impatto dell'innalzamento delle temperature in quota.














