Ci vorrà tempo per stabilire con esattezza la causa del disastro. Quel che è certo però è che la piena improvvisa che ha colpito ieri il confine tra Nepal e Tibet è fra le catastrofi naturali peggiori degli ultimi anni nella regione. Nel momento in cui questo giornale va in stampa i morti confermati dalle autorità nepalesi sono novantacinque, ma il bilancio è destinato a salire: ci sono centinaia di persone disperse, e le immagini che stanno circolando online sono impressionanti. La piena di fango e detriti è arrivata improvvisamente poco prima delle nove del mattino di ieri, quando le strade dei centri abitati nel distretto di Rasuwa, lungo il Bhotekoshi, e poi più a valle nel Nuwakot erano già affollate. Il filmato più drammatico arriva dal valico di Gyirong, sul versante tibetano: una massa di acqua, fango e detriti travolge in pochi secondi il centro di controllo dell’immigrazione cinese. Nel video si vedono le persone che cercano di mettersi in salvo, poi la telecamera viene travolta dall’onda d’urto. La piena ha distrutto strade, ponti e infrastrutture e interrotto le comunicazioni nella zona di confine.Sul perché quella massa abbia travolto un’area fragile e sensibilissima come il confine fra il Nepal e la regione autonoma del Tibet, però, le versioni divergono. Nelle prime ore dopo la catastrofe, lo Us Geological Survey (Usgs) aveva registrato un terremoto di magnitudo 4.4 nella zona, ipotizzando che potesse avere innescato il collasso di una parte del ghiacciaio. L’Usgs ha poi corretto la propria interpretazione dei dati, parlando del segnale sismico prodotto da una gigantesca frana di ghiaccio e roccia, equivalente a un terremoto di magnitudo 5.2, che si sarebbe staccata riversandosi nel fiume Lhende e provocando l’esondazione potentissima del fiume. Come spesso succede in questi casi Pechino ha confermato subito l’evento nella sua regione tibetana, ma allineando i media di stato su alcuni dettagli politicamente significativi: anzitutto il nome della regione – la parola Tibet non è più sinicamente corretta, ora la leadership vuole si parli di Xizang – e i media statali cinesi, da Xinhua a Cctv, hanno parlato ripetutamente di una “frana verificatasi sul lato nepalese” come causa del disastro che ha raggiunto il valico di Gyirong. La distinzione serve a collocare l’origine della catastrofe fuori dal territorio cinese. Il leader Xi Jinping ha “impartito importanti istruzioni” per la ricerca e il soccorso dei dispersi, una formula per rassicurare i cittadini sul coinvolgimento diretto del leader del Partito, ma l’area è particolarmente sensibile: Gyirong è uno dei principali corridoi terrestri tra Cina e Nepal, una porta commerciale e strategica attraverso l’Himalaya, e nel luglio dello scorso anno lo stesso valico era già stato devastato da una piena, che aveva distrutto il ponte di frontiera e interrotto i collegamenti per mesi.La mappa della flash flood al confine tra Nepal e CinaIl confine fra il Nepal e il Tibet, regione che da decenni è sottoposta a uno dei più rigidi sistemi di controllo politico e sociale della Cina, è il luogo in cui Pechino tende a mantenere una sorveglianza maniacale su accessi e informazioni. Per la leadership cinese le emergenze naturali (proprio come gli scandali alimentari) sono anche un problema di legittimità: se i cittadini non si sentono al sicuro crolla l’impalcatura del partito unico al comando. Come ogni anno i mesi di luglio e agosto, cioè la stagione di piogge, monsoni e tifoni, e il cambiamento climatico hanno provocato una rapida successione di crisi. A metà luglio c’è stata la grande frana di Pengshui (Chongqing), che ha causato circa 51 morti. Poi ci sono state le alluvioni e le frane nel Gansu a fine luglio, con almeno 25 vittime, le piogge in Sichuan, con l’evacuazione di oltre 20.000 persone in un solo giorno e di più di un milione dall’inizio della stagione, e poi i danni dei tifoni Maysak e Narra nel Guangxi, Hainan e Guangdong, con decine di migliaia di sfollati e ampi allagamenti.La solidarietà internazionale è già partita: il Nepal, che ha un’economia povera e fortemente dipendente dalle rimesse dei lavoratori emigrati, dal turismo e dagli aiuti internazionali, ha un’enorme vulnerabilità per quanto riguarda le sue infrastrutture. Il governo di Kathmandu vive diviso fra l’influenza crescente cinese e quella tradizionale indiana, ma è soprattutto Pechino che negli ultimi anni ha investito molto nelle infrastrutture nepalesi. Proprio dal valico di Gyirong dovrebbe passare il progetto ferroviario transfrontaliero Kerung-Kathmandu, del valore di diversi miliardi di dollari, proposto nell’ambito della Via della seta. Ma molti di quei progetti negli ultimi anni sono rimasti fermi perché il governo nepalese ha sollevato dubbi e controversie sui costi, sul debito con Pechino, ma pure sulla trasparenza e la loro sostenibilità economica. La catastrofe di ieri è la prima vera prova d’emergenza del primo ministro Balendra “Balen” Shah, l’ex rapper diventato premier a 35 anni solo cinque mesi fa, dando vita a una nuova generazione politica in Nepal. Ieri, in un video sui social, ha fatto appello all’unità nazionale. Attorno a lui ora si stanno muovendo in queste ore anche Stati Uniti, Unione europea e Banca mondiale, che hanno offerto aiuti a un paese povero e strategicamente incastrato tra Nuova Delhi e Pechino.