«Una donna pratica, con una vocazione chiara, la tutela dell’arte e del rapporto che, con essa, hanno le persone». Niente trucco, capelli raccolti, una leggera bronchite e una forte voglia di far capire come la pensa. Nel documentario di Francesco Clerici e Mattia Colombo Anatomia di un ritratto, in programma alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia che apre stasera, Sara Drago «da voce e corpo» alle lettere di Fernanda Wittgens, entrata a Brera nel 1928, divenuta direttrice dal 1940, impegnata, durante la guerra, a salvare opere dai bombardamenti e ad aiutare perseguitati politici e famiglie ebree a sfuggire la violenza del regime. Dopoil carcere e la Liberazione, Wittgens ricostruisce Brera difendendo «un’idea di museo aperto e accessibile a tutti». Sullo schermo Drago dialoga con la storica dell’arte Giovanna Ginex, creando «uno spazio collaborativo in cui memoria, interpretazione e presente, si intrecciano». Come mai una figura così significativa è anche così poco conosciuta? «Fernanda era molto schiva, per nulla interessata alle apparizioni pubbliche. Catturarne l’anima non è stato facile, di lei ci sono fotografie private, zero video, a parte uno di carattere istituzionale. Non c’erano altri materiali d’archivio, sappiamo che veniva descritta come una valchiria, quasi una soldatessa dell’arte, ho lavorato molto, anche fuori dal set, cercando di immaginare come potesse essere il suo tono di voce». Lei che rapporto ha con l’arte? «Ne parlavo quest’estate con il mio compagno in Corsica, avevamo la sensazione che, a volte, l’arte sia già stata scritta nella bellezza della natura, in modo disarmante. Quando un essere umano riesce a tradurre la potenza della natura, ecco, è lì, che secondo me, c’è l’arte. Talvolta la trovo anche in mezzo alla strada, in alcune figure. Non sono una fan dei musei, forse perché sono cresciuta in una famiglia che non mi ha educata in questo senso, o forse per via della mia natura. Per me l’arte è nella vita, nelle persone, nella costruzione delle immagini, nel cinema». Che cos’è per lei la Mostra del cinema di Venezia? «Un festival bellissimo, ma anche un luogo che mi fa un po’fatica. Due anni fa ho fatto il mio primo red carpet, mi avevano dato un premio per Lea, il mio personaggio di Call my agent, stavolta ci torno e sono felicissima, perché ho un film da presentare. Il contorno di moda, esposizione, soldi, business, mi lascia un po’di inquietudine». Ha raggiunto la celebrità grazie a una serie, che cosa chiede adesso al cinema? «Una parte che mi permetta di mettere a frutto anni di studio, competenza, talento. Insomma, penso di essere pronta per un ruolo importante. Il problema è che, per arrivare al cinema, almeno in Italia, bisogna essere già famosi. Vorrei uno spazio di racconto artistico che risponda alla persona che sono». Il nostro cinema è un po’ ripetitivo nella scelta degli attori?«Sì, volevo dire proprio questo. Da noi finché non sei un volto che offre garanzie sul numero dei follower e sulla quota di notorietà, insomma è difficile… Call my agent è stata un’immensa fortuna, prima non ero assolutamente nessuno, anche se avevo fatto tanto teatro, e bene. Mi sono stufata, non mi piacciono gli atteggiamenti vittimistici, ma voglio capire perché succedono le cose. Forse anche perché sono una che si muove sui margini, poi, magari, a un certo punto, riuscirò a fare una cosa che mi farà scoppiare il cuore dalla gioia». Cosa le ha dato e cosa le ha tolto il personaggio di Lea? «Non mi ha tolto niente, e mi ha dato tantissimo. La serie è diventata cult, è ben fatta, ben scritta, essere lanciati con un prodotto così è una fortuna. Certo, adesso sono anche un po’ stanca di essere identificata solo con Lea». Quale aspetto di Lea le appartiene di più? «Sicuramente la determinazione, l’abitudine a prendersi le cose che vuole, anche in maniera abbastanza diretta, spietata. Sono più gentile di Lea, che non chiede mai scusa né per favore, però anche io, sotto sotto, ho un cuore pulsante bello stronzo, e mi diverte averlo». In che senso? «Quando voglio una cosa e penso che sia giusta, se qualcuno mi mette i bastoni fra le ruote, vado fuori di testa, posso anche diventare stronza». Nella serie ci sono molte guest star, con chi si è trovata meglio? «Il primo che mi viene in mente è Stefano Accorsi, ha una giocosità, un’umanità, una felicità nel suo lavoro, una capacità di mettersi alla pari coi colleghi e non sentirsi mai divo. Lo stimo tanto. Tra le donne si è creata una complicità bella e diversa con Miriam Leone e Sabrina Impacciatore». Una delle polemiche che agitano la Mostra è legata alla scarsa presenza di donne registe. Che ne pensa? «Una mia cara amica, artista, performer, pittrice mi ha raccontato delle grandi difficoltà che hanno accompagnato la sua ricerca di uno spazio per realizzare una sua performance. Solo uno spazio, non chiedeva soldi. Alla fine sa che cosa mi ha detto? “Avrei tanto voluto in quel momento, avere 60 anni, i capelli brizzolati e un pene. So che quello spazio me lo avrebbero dato”. Credo che questa frase sintetizzi il discorso sulla credibilità che viene data, in partenza, alle donne. È una questione culturale. In Italia, su questo tema, siamo ancora davvero molto indietro. Il maschile è sempre una certezza, vai sul sicuro, il femminile no» Chi vorrebbe incontrare al Lido?«Cate Blanchett, la amo. Spero sia in qualcuno dei film in cartellone».