"Quando ho cominciato a fare la regista, pensavo di non essere abbastanza. Di non avere il diritto, quasi, di fare un film. Avevo fatto già tanti film da attrice, non ero più una ragazzina, ma mi sentivo come se non avessi il diritto di fare un film da regista". Attrice amatissima, regista di opere come Miele e L’arte della gioia, Valeria Golino sorprende tutti con una confessione inattesa. Valeria si racconta, al Salina Doc Fest. Senza maschere, senza finzioni.
Racconta una "sindrome dell’impostore" che colpisce, per una donna che aveva già lavorato anche con Hollywood. A Salina, Valeria Golino è arrivata non solo come attrice, ma come autrice ormai compiuta: protagonista di un incontro sul mestiere del cinema, premiata insieme a Mario Martone e Ippolita Di Majo per Fuori, e al centro di un dialogo sul rapporto fra carcere, libertà e racconto.
Racconta la sua adolescenza passata fra letti d’ospedale, poi il tuffo nel mondo della moda, un passaggio brusco dalla solitudine ai flash dei fotografi. E le tappe di una carriera, nel corso della quale ha lavorato con tutti i più grandi registi del cinema italiano – da Crialese a Salvatores, da Virzì fino a Mario Martone – approdando alla regia, con progetti di grande spessore.







