Ci sono temi così ingombranti che rischiano di mangiarsi il film. E registi così abili da tenere le nostre aspettative sospese a mezz’aria, come giocolieri, spingendo il Grande Tema in direzioni inaspettate. Magari con qualche contorsione di troppo, ma senza mai smettere di farci pensare (pensare, non commuovere, mentre il grande cinema ci fa pensare e commuovere insieme, ma questo è un altro discorso).Il nuovo lavoro del grande regista giapponese di “Father and Son” e di tanti altri film sul lato in ombra dei legami famigliari appartiene a questa categoria imperfetta quasi per vocazione. Il protagonista è infatti un piccolo umanoide dall’età apparente di sette anni che, in un vicino futuro, una giovane coppia adotta fra mille dubbi per sostituire il figlio morto tragicamente, fornendo alla ditta foto e video dell’originale per creare ricordi e carattere. Perfetta replica del bambino, il nuovo Kakeru non mangia e non può fare il bagno ma legge a velocità record, talvolta anche nei sentimenti dei suoi “genitori”, e con la sua evoluzione inizia a porre problemi imprevedibili, nonché insolubili. Fino a diventare una trasparente allegoria di ogni processo di crescita, naturale o artificiale che sia.Niente fantascienza, dunque, tecnologia e effetti speciali sono in dosi omeopatiche. A Kore-eda interessa la dimensione affettiva, l’elaborazione del lutto, la capacità di accettare il diverso, ovvero i modi con cui il diverso elabora strategie di adattamento e magari di fuga. Come fanno tutti i nostri figli, in fondo. P. K. Dick si chiedeva se gli androidi sognano pecore elettriche (titolo del libro che diventerà “Blade Runner”). Kore-eda si chiede, forse più ambiziosamente, se un umanoide è capace di immaginare la pecora chiusa dentro la scatola, come il “Piccolo Principe” di Saint-Exupéry: una delle due colonne portanti di un film che risulterebbe cerebrale se non fosse illuminato da tre protagonisti schematici quanto memorabili.Il piccolo e perfetto Rimu Kuwaki, il roccioso ma vulnerabile Daigo Yamamoto, celebre in patria come comico. E soprattutto la madre, l’eterea Haruka Ayase, che con il suo lavoro di architetto, sempre attenta a integrare alberi e cemento, organico e inorganico, fornisce l’altro asse portante alla fiaba di Kore-eda. Perché l’essenziale sarà pure invisibile agli occhi come dice, citato, Saint-Exupéry. Ma al cinema molte emozioni passano ancora attraverso volti, corpi, sguardi. E quelli di “Sheep in the Box”, come il bosco del gran finale (Intelligenza Artificiale o Vegetale?) lasciano il segno.