Una famiglia ritorna in una vecchia casa che da anni è rimasta disabitata, ampie stanze e un giardino in mezzo a una radura tra il mare e la foresta; non appena approdati là, tutta la disfunzionalità del loro ménage a quattro esplode, violenza e segreti si sprigionano come forze distruttive la cui azione separa ognuno dagli altri, i due genitori da figlia e figlio, la stessa storia famigliare dal suo proprio ricordo impresso nelle rispettive memorie.

Così nel film Gu shi della giovane regista cinese Amie Song: quel tornare nella casa è come un sortilegio, e la forza centripeta della fuga, che si fugga correndo e perdendosi nella foresta o invece via mare, sembra unica scappatoia da un universo fatto di oblìo, distacchi, segreti rovinosi quanto solo i segreti di famiglia sanno essere.

Ne La maison du vent del camerunense Auguste Bernard Kouewo Yanghu (Sezione Orizzonti), il ritorno a casa è invocato e sperato da una madre, chissà quanto desiderato dai suoi figli, di fatto, da questi ultimi sempre rimandato.

L’anziana vedova divenuta capofamiglia (il viso di vecchia intenso e di straordinaria espressività è dell’attrice Josette Kwanya, nella vita anche madre del regista).

Su una collina alla periferia di Yaoundé, la capitale, la donna fa costruire una casa vicino alla sua, ha molti appuntamenti via zoom con i figli lontani che non la aiutano quanto lei vorrebbe a sostenere i lavori di ristrutturazione.