"Non chiamarmi papà." È la prima cosa che Kensuke Komoto dice all'androide identico a suo figlio, la prima volta che lo sente rivolgersi a lui con quella parola. Da questa frase, secca e infastidita, parte "Sheep in the Box", il nuovo film del maestro giapponese Hirokazu Kore-eda, già passato per il Festival di Cannes e dal 27 agosto nelle sale italiane.

Otone e Kensuke Komoto sono una coppia benestante, lei architetta, lui a capo di un'impresa edilizia. Hanno perso il figlio Kakeru, sette anni, e invece di attraversare il lutto nel modo che conosciamo, quello fatto di assenza e di tempo, scelgono un'altra strada: accolgono in casa un androide identico al bambino, ricostruito dall'intelligenza artificiale attingendo a tutto ciò che di lui restava, la voce, i ricordi, il carattere, le piccole abitudini di ogni giorno. Un clone, in tutto e per tutto, di un figlio che non c'è più.

Due modi di amare una macchina

Kore-eda, da sempre cantore della famiglia nelle sue mille forme imperfette, costruisce il film attorno a una frattura semplice e devastante: madre e padre reagiscono in modo opposto alla stessa presenza. Kensuke non riesce a sopportarlo. "Non chiamarmi papà", gli dice, infastidito, la prima volta che l'androide tenta di rivolgersi a lui come farebbe un figlio. Otone, al contrario, continua a provare gioia anche solo nel vederlo muoversi per casa, nel sentirlo esistere fisicamente in uno spazio che altrimenti sarebbe rimasto vuoto.