l futuro che ci mostra 'Sheep in the Box' di Hirokazu Kore'eda non è dei più affascinanti, ma non è neppure senza speranza e soprattutto é dietro l'angolo. Defunti che risorgono grazie alla tecnologia Rebirth, droni che fanno la spesa, architettura di case fatte come un puzzle 3D da comporre, taxi volanti e molto altro ancora. Ma in puro stile Hirokazu Kore'eda al centro di questo film, che passa in concorso a Cannes e sarà distribuito in Italia da Lucky Red e Bim, c'è ancora la sua amata famiglia, protagonista di tante sue opere, composta questa volta da una coppia benestante, quella di Otone (Ayase Haruka) e Kensuke Komoto (Daigo), che recentemente hanno perso il figlio di sette anni. I due come estrema ratio accettano di accogliere nella propria casa un androide identico al bambino morto che grazie all'IA è stato rigenerato con tutti i dati disponibili: voce, ricordi, carattere e abitudini.
Video A Cannes e' il giorno di Kore-eda, il rapporto tra persone in 'Sheep in the box'
Insomma un clone vero e proprio di Kakeru (Rimu Kuwaki). Ora non è chiaro se il robot possieda una vera coscienza autonoma, grazie ai dati di cui è stato nutrito, oppure sia progettato semplicemente per simulare il comportamento emotivo del figlio perduto. Un problema non da poco su cui si gioca tutto il film. Il fatto è che Kakeru non può essere davvero amato in quanto macchina, con tanto di switch luminoso dietro la nuca, ma può sicuramente esserlo quando dimostra vera empatia digitale, ovvero un'autonomia emotiva che però lo rende troppo umano e dunque inquietante. Di fatto il padre, che dirige un'impresa edilizia, inizialmente proprio non lo sopporta ("non chiamarmi papà" gli dice infastidito quando Kakeru tenta questo approccio), mentre la madre, un'architetta, continua a gioire anche solo nel vederlo girare in casa.












