Arrivano i robot, li sentiamo vicini, li vediamo sempre più spesso in tv, ma consideriamo meno che, a parte l'aspetto, ormai facile da ricostruire, oggi l'intelligenza artificiale può creare un carattere e un modo di pensare su misura: ovvero il clone perfetto.

È quello che vedremo a Cannes, che per ora rifiuta l'IA, nel film in concorso del maestro giapponese Hirokazu Kore-eda dal titolo 'Sheep in the box'. Qui in un futuro prossimo Otone e Kensuke, coppia in lutto per la perdita del figlio, accolgono un umanoide identico al loro bambino scomparso. Una storia ispirata al regista dal proliferare delle tecnologie di "resurrezione digitale" in Cina, ovvero l'utilizzo dell'intelligenza artificiale e dei big data per ricreare personalità virtuali di persone defunte. Attraverso messaggi, vocali e video, l'IA crea "deathbot" o gemelli digitali che permettono di interagire con il caro estinto, simulandone voce, lessico e risposte emotive.

Ma Cannes per ora prende le distanze: "È importante ricordare che l'IA sta all'intelligenza come una bici elettrica a una bicicletta e che, per saper guidare una bici elettrica, bisogna prima saper andare in bicicletta" ha sottolineato Thierry Fremaux, delegato generale del festival. E ha aggiunto: "L'IA diventerà normalizzata e integrata come altre tecnologie anche se resta una reale preoccupazione legata all'uso improprio e alla solidarietà con sceneggiatori e attori". Ancora più diretta Iris Knobloch, presidente del festival: "Un film non è un insieme di dati; è una visione personale. L'IA imita molto bene, ma non farà mai provare emozioni profonde".