ROMA – Hirokazu Kore’eda ha passato una carriera a mostrare famiglie che vivono anche fuori dai canoni previsti — per legge, per sangue, per tradizione. In Sheep in the box, all’ultimo Festival di Cannes e in sala con Lucky Red il 27 agosto, innesta questo viaggio in un racconto di fantascienza intima: una coppia che ha perso il figlio di 7 anni ne accoglie in casa una replica umanoide, ritrovandosi a fare i conti con il confine tra memoria, amore e identità. In attesa di ritrovarlo alla Mostra di Venezia con Look back, abbiamo incontrato su zoom il prolifico regista giapponese.

Che viaggio professionale e intimo è stato questo film?

«Un percorso tutt’altro che lineare, tra continue deviazioni e tappe sul cammino. Sono partito dall’Intelligenza artificiale, poi il tema si è intrecciato con l’elaborazione del lutto, con Il piccolo principe, con l’architetto Mori, fino ad arrivare alla foresta come forma di vita. Era come se, dentro di me, un motivo ne richiamasse un altro. Al tempo stesso sono approdato a una storia di figli che vanno oltre i genitori, lasciano la casa e prendono il volo. Proprio a primavera mio figlio è entrato all’università ed è andato a vivere da solo. In casa siamo rimasti solo noi genitori. Non abbiamo perso un figlio, come succede nel film, ma solo dopo mi sono accorto che provavo quel sentimento di genitore da cui il figlio si allontana. L’evoluzione della storia e quella della mia vita quotidiana hanno iniziato a specchiarsi in modo misterioso e affascinante».