Un dispositivo elettronico di pietra per elaborare i dati del cosmo e prevedere le eclissi. E se Stonehenge fosse in realtà il congegno tecnologico più antico della storia umana? Nella metà degli anni Sessanta, Gerald Hawkins, professore di astronomia a Boston, impiegò un primitivo computer IBM (il primo computer commerciale elettronico) per decodificare gli allineamenti del monumento preistorico, giungendo ad una conclusione paradossale: il sito era un sofisticato osservatorio astronomico, una macchina di calcolo programmata per seguire i movimenti della luna e del sole.

Nel cuore della pianura di Salisbury, nel sud dell'Inghilterra, le colossali pietre di Stonehenge hanno da sempre custodito segreti millenari, che continuano a sfidare la scienza. Nata nell'era della tecnologia, l'ipotesi rivoluzionaria ha fuso archeologia e informatica, cambiando il modo di guardare al passato. Cinquantesei misteriosi fori del sito, noti come "buche di Aubrey" in onore dello studioso inglese Jonh Aubrey, hanno funto da calcolatore astronomico, capace di anticipare eventi spettacolari come le eclissi.

Hawkins riunì le sue idee all'interno del celebre libro Stonehenge Decoded, dove sosteneva che Stonehenge non fosse stato soltanto un monumento religioso, ma anche uno strumento astronomico. Secondo le teorie dell'astronomo, gli allineamenti dei blocchi di pietra non erano casuali, ma avevano una finalità astronomica. Come rivelò alla BBC, le lastre rappresentavano una sorta di antico computer cosmico, capace di monitorare i cicli lunari già quattro millenni prima.