La giornata di domani, 2 settembre, dà il via alla preapertura della stagione venatoria in ben 16 Regioni italiane (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Trentino e Veneto). Le organizzazioni ecologiste hanno alzato la voce, a difesa di una fauna selvatica stremata dal caldo e dalla siccità, in un’estate in cui la crisi climatica si è fatta sentire più che mai, chiedendo uno stop urgente. Gli appelli sono stati molti: il Wwf ha inviato una formale istanza a tutte le Regioni per chiedere la sospensione o la limitazione dell'attività venatoria nel mese di settembre, in Toscana 17 associazioni ambientaliste si sono mobilitate compatte contro i calendari venatori, la Lipu ha denunciato il grave stato di stress della fauna selvatica, ma le amministrazioni locali hanno scelto comunque di anticipare gli spari già all'inizio del mese. Tra le specie inserite nei calendari figura peraltro anche la quaglia, migratrice in forte declino la cui caccia precoce si scontra frontalmente con le direttive della Commissione europea.

A preoccupare la comunità ambientalista è in particolar modo l'isolamento istituzionale dell'Ispra. Il ruolo dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale appare sempre più ridimensionato a vantaggio del ricostituito Comitato tecnico faunistico venatorio nazionale (Ctfvn), un organo a marcata impronta venatoria dai cui pareri le amministrazioni attingono per scavalcare i rilievi scientifici pubblici. Un orientamento avallato persino dalle recenti sentenze di Palazzo Spada, che hanno allargato la discrezionalità delle Giunte regionali nel privilegiare le indicazioni del Ctfvn, riducendo di fatto la possibilità per cittadini e associazioni di far valere la tutela della biodiversità nelle sedi legali.