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Il direttore de “Il Tempo”, Daniele Capezzone, ha risposto in diretta, ospite della trasmissione “Filorosso” per la puntata di lunedì 31 agosto, alla richiesta di dimissioni avanzata nei suoi confronti dal giornalista di “Report” Sigfrido Ranucci. Un confronto acceso, in cui Capezzone ha rovesciato l'accusa, rivendicando le inchieste del suo giornale e chiamando in causa direttamente la condotta professionale e personale di Ranucci. "Mi dispiace che Sigfrido Ranucci abbia perso la lucidità, oltre a tante altre cose", ha esordito Capezzone, con un affondo ironico: "Gli dovrò regalare un abbonamento a ‘Il Tempo’, così, oltre a guardare la prima pagina, guarda anche bene all'interno".

Sigfrido come il finale di Scarface (ma Ranucci non è Al Pacino…)

Il direttore ha poi voluto precisare i termini esatti della contestazione mossa dal nostro giornale a Ranucci. Non si tratta, ha spiegato, di "mancate intercettazioni" — che anzi, secondo Capezzone, ci sono state — bensì di un episodio specifico che ne sarebbe emerso. Capezzone ha citato una telefonata di due ore fatta da Ranucci dopo la perquisizione a Lavitola, offrendone una propria lettura: "È grazie a quelle intercettazioni che noi abbiamo avuto la stranissima telefonata che lui fa per due ore dopo la perquisizione a Lavitola, nella quale sembra contribuire a costruire l'alibi dell'attentato". Il diverso trattamento riservato al conduttore, secondo Capezzone, si vedrebbe anche su un altro fronte: "Curiosamente non gli è stato sequestrato il cellulare, come accade in tutti questi casi. A chiunque di noi sarebbe stato preso il cellulare: il cellulare di ognuno di noi è la scatola nera dei messaggi". A questo si aggiungerebbe, per Capezzone, il fatto che per dieci mesi Ranucci non avrebbe fatto il nome di Lavitola, orientando invece i sospetti altrove — su un deputato di Fratelli d'Italia, un sottosegretario di governo, "la destra", il Mossad — senza che questo, a suo dire, comportasse il rischio di un'accusa di reticenza.