Il 25 agosto, il comandante in capo delle Syrian Democratic Forces (SDF), il kurdo Mazlum Abdi, ha dichiarato che «La caduta del regime ba'athista ha segnato l'inizio di una nuova fase nella costruzione di una nuova Siria» e ha ricordato che la decisione di aderire alla nuova Siria post-Assad si basa sui 29 accordi, rivendicando il fatto che «L'integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative, create negli ultimi anni, nelle istituzioni statali è stata gestita in modo da preservare l'identità e i risultati di tali istituzioni. La fase di integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative nelle istituzioni statali si è conclusa e da oggi ha inizio una nuova fase. Esorto gli abitanti della regione a proteggere e sostenere le istituzioni nate grazie al sacrificio dei martiri. La lotta per garantire i diritti del popolo Kurdo e di tutte le componenti della Siria continuerà e che in questa fase gli sforzi politici saranno intensificati. La lotta politica continuerà per garantire che i diritti legittimi dei kurdi e di tutte le altre componenti siano tutelati nella nuova costituzione siriana».Resta il gigantesco problema di come il progetto eco-socialista e femminista dei Kurdi del Rojava e dei loro alleati delle altre minoranze etniche e arabi progressisti possa convivere con un regime islamista, sotto controllo turco, come quello che ha preso il potere a Damasco. Abdi ha confermato che le SDF, che hanno resistito prima e poi sconfitto sul campo i fascio-islamisti dello Stato Islamico/Daesh, hanno finito la loro missione e verranno integrate nel nuovo esercito siriano, ma le difficoltà e le diffidenza non mancano. Per esempio, ha fatto discutere quanto scritto su X/Twitter da Kamal Chomani, caporedattore di The Amargi e dottorando all'Università di Lipsia: «I kurdi si aspettavano sicuramente di più, ma se questo pone fine ad anni di spargimenti di sangue e repressione, allora è il più grande risultato della loro storia. Questo è un momento sul quale tutte le componenti della Siria possono costruire ulteriormente».Tra la diaspora kurda – ma anche tra chi ha combattuto lo Stato islamico e gli integralisti oggi al potere in Siria - in molti si chiedono se davvero l’accordo raggiunto Damasco sia un momento storico per la Siria e per i kurdi. In un articolo di approfondimento, rispeso anche dalla pagina Facebook “Staffetta sanitaria Rojava”, Chomani spiega che «E’ storico perché, per la prima volta, l'istruzione in lingua kurda si appresta a ottenere un riconoscimento ufficiale e i kurdi vengono considerati partner per il futuro del Paese, anziché semplici ospiti. Non è ancora certo se questo processo avrà successo. Tuttavia, in un contesto di terrore di Stato, rivalità regionali e scontro tra grandi potenze all'interno della Siria, questo potrebbe rappresentare il miglior risultato possibile».Il giornalista e attivista Kurdo spiega che «La guerra in Siria non è mai stata solo una guerra civile. È stato un campo di battaglia in cui potenze regionali e internazionali si sono scontrate attraverso alleati e alleati. Il conflitto ha posto fine al governo della famiglia Assad; l'Asse della resistenza iraniana ha subito una sconfitta; Mosca ha perso influenza a favore di Washington; e la Russia non è più presente in Siria e sta per perdere la base aerea di Hmeimim vicino a Latakia e la base navale russa di Tartus. Tra coloro che hanno tratto vantaggio dalla situazione figurano la Turchia, emersa come uno dei vincitori regionali della guerra, e Israele, che ha visto eliminato un nemico, ma al contempo ha visto comparire una nuova potenziale minaccia al confine. Il regime di Assad e l'Iran hanno sempre avuto difficoltà ad esercitare il pieno controllo della Siria, poiché l'Iran non è mai stato ben accetto nel Paese. La Turchia, tuttavia, si trova ad affrontare una realtà potenzialmente diversa, essendo un Paese vicino a maggioranza sunnita che ha accolto milioni di siriani come rifugiati negli ultimi 15 anni. In questo gioco violento e in continua evoluzione, i kurdi avrebbero potuto subire un altro massacro, essendosi trovati sull'orlo di una guerra di vaste proporzioni nel gennaio 2026. In alternativa, avrebbero potuto espandere il territorio sotto il controllo delle SDF, se gli Stati Uniti non avessero cambiato rotta e modificato le proprie politiche riguardo alla presenza in Medio Oriente e in Siria. Nessuna delle due ipotesi si è verificata. Il risultato è stato una via di mezzo».Chomani invita i Kurdi ad essere realisti: «La politica non è un gioco a somma zero. E’ complessa, dinamica e spesso incerta. I kurdi del Kurdistan iracheno hanno commesso un grave errore quando il KDP (Partiya Demokrat a Kurdistanê, ndr) ha guidato un gioco a somma zero durante il referendum del 2017, e la Regione del Kurdistan non si è ancora ripresa da quel colpo. Il PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, ndr) ha commesso un errore altrettanto grave nel 2015-2016 con la guerra di trincea ad Amed (Diyarbakir). Ci sono voluti quasi dieci anni perché il PKK si riprendesse da quel colpo, anche se si può sostenere che la sua posizione sul campo non abbia mai recuperato la forza di un tempo. La storia non procede in modo lineare; questo è un concetto che molti kurdi hanno frainteso. Oggi si può ottenere una cosa, domani un'altra. Ma le riforme in stati-nazione così ostili rimangono graduali, poiché i cambiamenti rivoluzionari all'interno di questi regimi intrinsecamente autoritari sono difficili da concretizzare. A volte si assiste a una regressione, a volte a un progresso: questa è la storia della politica. Molti credono ancora che la prossima fase della politica kurda debba essere la creazione di uno stato nazionale; per questo, quando Öcalan ha cambiato rotta, molti sono stati comprensibilmente frustrati e delusi. Ma la politica è l'arte del possibile: sapere cosa si può ottenere ora e cosa bisogna preservare per il futuro».Secondo Chomani, da quel che è successo in 13 anni sanguinosi e terribili di guerra civile e internazionale siriana si possono trarre tre lezioni fondamentali: «Primo: la lotta politica richiede impegno verso i propri valori e un lavoro continuo. La lotta non ha un punto di arrivo – da qui il detto kurdo "Berxwedan jiyane" (La resistenza è vita/Resistere è vivere) – perché i pericoli all'interno della società sono reali quanto quelli esterni: combattere le strutture patriarcali è importante quanto lottare per l'identità kurda. Combattere il dominio esterno è necessario, ma affrontare i nostri fallimenti interni, le tendenze autoritarie e le debolezze è altrettanto, se non più, importante. E’ qui che il Rojava si distingue: può guidare una lotta dal basso che può andare oltre i territori kurdi. Può schierarsi al fianco delle minoranze, così come delle donne siriane; due gruppi che non sono apprezzati dall'attuale regime. Secondo: gli errori fanno parte della vita, ma la politica richiede la capacità di imparare da essi. La maturità politica significa imparare dagli errori e cercare di non ripeterli. Il comandante delle SDF, Mazloum Abdi, ha ammesso questi errori durante l'intervista che gli ho fatto lo scorso febbraio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Pochi giorni fa, nella sua intervista con Rudaw Media Network, ha dichiarato che il più grande fallimento della sua vita è stato quello di non aver fatto abbastanza per garantire che l'accordo del 10 marzo diventasse realtà. Terzo: le grandi ambizioni sono necessarie, ma rischiare tutto è pericoloso, soprattutto per gli attori non statali. Alcune perdite non sono facili da riparare. Il Rojava sta ora cercando di correggere ciò che avrebbe potuto essere gestito meglio dopo l'accordo del 10 marzo 2025. Il Rojava sta entrando in una nuova fase. Fino a poco tempo fa, Ahmad al-Sharaa (il presidente autoproclamato della Siria, ndr) era considerato un terrorista, con gli Stati Uniti che offrivano una taglia di 10 milioni di dollari sulla sua testa. Oggi, viene accolto dallo stesso sistema internazionale che lo aveva inserito nella lista dei terroristi. Fino a poco tempo fa i kurdi erano celebrati negli Stati Uniti quasi come eroi di Hollywood. Anche quel periodo è finito. Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Ma sappiamo questo: il futuro dei kurdi non sarà plasmato solo da ciò che gli altri faranno loro. Sarà plasmato anche da come i kurdi si prepareranno».Chomani invita i suoi connazionali senza patria ad essere ottimisti: «I kurdi non devono sprofondare nella disperazione, come vedo fare ad alcuni. La mentalità di considerarci solo vittime è politicamente distruttiva. Il Medio Oriente sta entrando in un nuovo ordine e gli attori armati non statali non possono più assicurarsi un ruolo di rilievo se continuano a considerare la lotta armata come l'unica via per la liberazione. Una strada è combattere come Hamas e rischiare di trasformare il proprio popolo in vittime, soprattutto quando la potenza avversaria non esita a ricorrere alla distruzione di massa e al genocidio. Un'altra strada è comprendere la propria forza, scendere a compromessi quando necessario e continuare la lotta in forme politiche, sociali e costituzionali più solide. Questo vale anche per Turchia, Siria e Iran: non possono negare per sempre l'esistenza dei kurdi. Il processo di pace turco-kurdo va visto in questo contesto: i frutti della pace sono maturi per essere raccolti e ora possono, e devono, abbandonare la politica della negazione. L'accordo di Damasco non rappresenta quindi la fine della lotta curda in Siria. E’ un passo verso la ridefinizione del futuro della Siria. Non soddisferà pienamente le aspettative kurde, né quelle dei fondamentalisti islamici di Ahmad al-Sharaa, né quelle dei nazionalisti arabi, che non hanno mai voluto vedere donne senza hijab, come le donne delle YPJ, tra le fila delle forze di sicurezza, o una donna curda di spicco nel campo degli affari esteri, come Ilham Ahmed . Ed è proprio per questo che è importante: entrambe le parti dovranno ora scendere a compromessi sulla futura costituzione e sul tipo di Siria che verrà».E finora il governo di Damasco aveva bloccato il processo di integrazione delle SDF proprio sullo status delle donne combattenti delle Yekîneyên Parastina Jin (YPJ – Unità di difesa delle donne), con la sua posizione contraria all’istruzione in kurdo nelle scuole del Rojava e con le difficoltà poste al ritorno degli sfollati.Lo status delle YPJ resta una delle questioni più spinose nel processo di integrazione dei kurdi siriani. Come ricordava il 21 agosto Rete Kurdistan Italia, «Da quando ha preso il potere nel dicembre 2024, HTS (Hay'at Tahrir al-Sham - Organizzazione per la liberazione del Levante, nata come Jabhat al-Nusra, ala siriana di al-Qaeda, ndr) si è rifiutato di riconoscere le combattenti donne come forza autonoma e ha cercato di scioglierle. Le YPJ, tuttavia, hanno ribadito che continueranno ad adempiere al loro dovere di difendere il popolo in quanto forza composta da donne». Secondo Hassan Mohamed Ali, co-presidente dell’Ufficio per le relazioni generali del Mawtbo d'Suriya Demoqraṭoyto/Meclîsa Sûriya Demokratîk (MSD - Consiglio democratico siriano, l'ala politica delle SDF), durante l’ultimo incontro a Damasco è stata avanzata la proposta che le YPJ restino operative non come forza all’interno dell’esercito siriano, ma come “forza antiterrorismo” del ministero dell’interno. Il ritorno degli sfollati rimane una delle maggiori sfide per l’attuazione dell’accordo di integrazione: l’articolo 14 prevede «Il ritorno degli sfollati di Afrin (Efrîn), Sheikh Maqsoud (Şêxmeqsûd) e Ras al-Ayn (Serêkaniyê) nelle loro città e nei loro villaggi, e la nomina di funzionari locali all’interno delle amministrazioni civili in queste aree».Afrin è occupata dal 2018 dall’esercito turco e da mercenari islamisti sostenuti dalla Turchia. Il 9 marzo scorso, il primo convoglio di profughi kurdi, circa 400 famiglie e 2.000 persone, ha fatto ritorno a Mabeta, Şiyê e Cindirês. L’ultimo convoglio è partito da Qamishlo il 21 maggio. Circa 11.000 famiglie sono tornate nelle loro case dopo 8 anni nell’ambito del processo di rimpatrio. Ma ad aspettarle hanno trovato spesso miliziani islamisti dei gruppi armati Emzat, Hamzat e Sultan Murad, sostenuti dalla Turchia, che hanno occupato le case degli sfollati kurdi. Circa 5.000 persone delle famiglie arabe di mercenari provenienti da fuori regione si sono stabiliti nella zona centrale di Afrin e nei distretti di Mabeta, Şiyê, Cindirês e Bilbil. Alcuni si rifiutano di lasciare le abitazioni dei kurdi, altri lo fanno solo dopo averle distrutte. La Turchia continua ad occupare militarmente alcune zone di Afrin e diversi villaggi dei dintorni e ha ancora basi militari a Parsê Hill, Guz Hill, Bîlelko e Kefir Cenê, a Şêxûrzê, nel distretto di Bilbil, e a Dewrîş, vicino a Raco, si è ritirata solo da tre villaggi. Le forze di sicurezza ad Afrin sono attualmente sotto il controllo del governo provvisorio di Damasco e i mercenari continuano a rappresentare un grave problema e continuano a uccidere civili kurdi, mentre i bambini non possono ancora ricevere un’istruzione nella loro lingua madre, il kurdo. Il 10 agosto i mercenari islamisti filo-turchi hanno attaccato un convoglio di profughi composto da 410 famiglie kurde, arabe e cristiane, circa 2.500 persone provenienti da villaggi e zone rurali e che volevano fare ritorno a Afrin. Circa 100.000 persone sono ancora sfollate. in base all’accordo di Damasco, i mercenari devono lasciare le case che hanno occupato e la sicurezza deve essere ripristinata prima che i residenti possano tornare alle proprie terre, ma l’ultimo attacco ha dimostrato non è ancora possibile farlo e i rimpatri sono stati sospesi. I rappresentanti degli sfollati di Afrin hanno avvertito che «Il governo provvisorio di Damasco, l’Amministrazione autonoma e il Governatorato di Hasakah devono garantire la sicurezza e adempiere alle proprie responsabilità».Una situazione difficile, in un Paese esausto, diviso, invaso e bombardato da Turchia e Israele e tradito dai regimi arabi e dalle democrazie occidentali che hanno fomentato la guerra civile, ma Chomani ricorda al suo popolo senza patria che «I popoli della Siria hanno ora la possibilità di costruire una nuova Siria, diversa da quella di Assad. Sia i kurdi che gli arabi dovrebbero ricordare che la Siria di Assad non accettava né kurdi né arabi che non si allineassero alle linee autoritarie. Devono imparare dagli Assad: uno è in Russia, l'altro in una tomba maledetta».