Il più grande cliente d’Italia ha attivato l’anno scorso appalti per 309,7 miliardi di euro. E quando ha comprato servizi e forniture, in novantacinque procedure su cento è ricorso all’affidamento diretto: la gara, semplicemente, non c’è stata. I numeri stanno nella Relazione che l’Autorità anticorruzione ha presentato alla Camera il 21 aprile, davanti al Capo dello Stato: 287.421 procedure, un valore cresciuto del 13,9 per cento in un anno, 20,8 miliardi di spesa legata al Pnrr, e una concentrazione anomala di affidamenti appena sotto la soglia dei 140 mila euro, dove i presìdi si allentano. Il presidente Giuseppe Busìa vi ha letto un’insidia per la legalità, e nella fase finale del Piano la qualità di questa spesa è ormai una questione nazionale. Vi si può leggere anche, prima ancora, un’occasione industriale mancata: un compratore gigantesco che si comporta come un condominio, molte piccole spese e nessuna strategia.
La scala europea dà la misura di ciò che quella massa potrebbe muovere. Secondo la Commissione, oltre 250 mila amministrazioni dell’Unione spendono ogni anno circa 2.500 miliardi di euro in beni, lavori e servizi, intorno al 16 per cento del prodotto. Il Comitato economico e sociale europeo aggiunge due dettagli scomodi: alle piccole e medie imprese va il 71 per cento dei contratti per numero ma solo il 55 per valore, e un numero preoccupante di gare riceve un’offerta sola. Vale la pena fermarsi su quest’ultimo punto, perché smonta la vulgata secondo cui il sistema attuale garantirebbe almeno la concorrenza: una gara con un solo offerente consegna il prezzo alto senza nemmeno il beneficio dell’apertura. La più grande leva di domanda del continente lavora, nel migliore dei casi, come un ufficio acquisti; quasi mai come un committente.







