Nel 2024 il 31% degli appalti affidati in via diretta dalle pubbliche amministrazioni ha riguardato commesse dal valore compreso tra i 135mila e i 140mila euro, cioè appena sotto la soglia massima entro cui è possibile evitare la gara. Una quota dal valore di un miliardo e mezzo di soldi pubblici, oltre sei volte quella (212 milioni) ottenuta usando lo stesso parametro nel 2021, quando la soglia per l’affidamento diretto era di 75mila euro. È quanto emerge dall’analisi 2020-2026 su “Corruzione e appalti” elaborata dall’Anac (Autorità nazionale anticorruzione), il cui contenuto è stato anticipato dal Corriere della sera: un rapporto che aggiorna quello precedente sullo stesso tema, relativo al periodo 2016-2019, e conclude il mandato del presidente Giuseppe Busia, in scadenza a settembre dopo sei anni alla guida dell’ente (fu nominato nel 2020 dal governo Conte II).

Da anni ormai Busia denuncia l’esplosione degli affidamenti diretti dopo la riforma del Codice degli appalti approvata dal governo Meloni nel 2023, che ha raddoppiato il valore-soglia dell’obbligo di gara. Ancora lo scorso aprile, nella sua ultima relazione al Parlamento, Busia ha segnalato come gli affidamenti diretti rappresentino ormai “quasi il 95% delle acquisizioni totali, con un significativo addensamento a ridosso della soglia, tra i 135.000 e i 140.000 euro, e con il conseguente incremento degli acquisti, in tale fascia d’importo, dai 1.549 del 2021 ai 13.879 del 2025. Dietro questa prassi”, avvertiva, “si annidano sovente sprechi, opportunismi, frazionamenti artificiosi, talvolta perfino infiltrazioni criminali. E, in qualche contesto, gli amministratori onesti restano più esposti a pressioni indebite, non potendo più opporre, sotto tale soglia, la necessità di un confronto competitivo”.