Pubblicato il: 31/08/2026 – 10:37
di Angelo Pamieri
Lasciamo che la magistratura faccia il suo lavoro. Non c’è bisogno di aggiungere interpretazioni, di leggere tra le righe, di trasformare ogni notizia in un tribunale mediatico. Abbiamo magistrati capaci, lasciamoli lavorare in serenità. Ma questo non significa che possiamo restare fermi ad aspettare. Anzi, è proprio adesso che dobbiamo muoverci, perché il disagio giovanile, le dipendenze, il malessere che attraversa il nostro territorio non possono aspettare l’ultimo capitolo di una vicenda giudiziaria. E qui vorrei fermarmi un momento, perché c’è una cosa che spesso non diciamo abbastanza, o che diciamo solo a mezza voce. Quando parliamo di disagio giovanile a Cassano, non stiamo parlando di un problema sociale tra i tanti. Stiamo parlando della prima linea di difesa contro la criminalità organizzata. Non è un modo di dire, non è retorica da convegno. È la realtà nuda e cruda. La ’ndrangheta non recluta i suoi figli nelle famiglie che la combattono. Recluta dove trova solitudine. Recluta dove un ragazzo di quindici anni sente che nessuno lo guarda, che nessuno si aspetta nulla da lui, che fuori di casa non c’è un posto dove andare. Recluta dove l’alternativa alla strada è il nulla. E allora, quando parliamo di sportelli di ascolto, di educatori di strada, di spazi aperti il pomeriggio, non stiamo facendo “sociale” in senso generico. Stiamo togliendo mercato a chi quel disagio lo coltiva, lo alimenta e poi lo trasforma in manovalanza. Ogni ragazzo che trova un adulto che lo ascolta è un ragazzo in meno che domani potrebbe ricevere una proposta da qualcuno che gli promette rispetto, soldi, appartenenza. Prevenire il disagio, in territori come il nostro, significa letteralmente prevenire la criminalità. Non c’è antiracket più efficace di una comunità che si prende cura dei suoi giovani. Parlo da qualcuno che si occupa da anni di disagio giovanile e dipendenze. Lavoro in un territorio un po’ più lontano da Cassano, ma non certo più facile. E attraverso la collaborazione con la Diocesi, ho imparato a conoscere questa realtà, le sue risorse e le sue fragilità. Allora mi chiedo: cosa possiamo fare tutti insieme, senza aspettare che qualcuno dall’alto ci dica cosa fare?







