Pubblicato il: 29/08/2026 – 17:35

di Angelo Palmieri

CASSANO Fatemi un favore: smettiamola. Smettiamola con la retorica dell’antimafia da salotto, quella dei gazebo, delle magliette stampate, dei convegni dove i relatori vengono da fuori, mangiano le frittelle, fanno le foto e tornano a casa. Qui non serve la pietà. Serve la rabbia. E serve la strategia.Qualche tempo fa un amico mi disse una frase che mi è rimasta incastrata in gola come una lisca, una di quelle che ti fanno capire che il gioco è già truccato: «A Timpone Rosso non è che non ci puoi entrare facilmente. È che se entri, sei già sotto il loro controllo». Tutto. Tutto è sotto il controllo delle ‘ndrine locali. Non chiedono il permesso, non bussano. Loro sono il territorio.Ma se vogliamo scardinare questo meccanismo, dobbiamo smettere di guardare solo le strade e iniziare a guardare le teste. Dobbiamo sporcarci le mani con la sociologia, con la psicologia sociale, perché il vero campo di battaglia non è la piazza, è la percezione.

La zona d’ombra che facciamo finta di non vedere

Voglio sapere una cosa, e voglio saperla ad alta voce: chi sta spiegando ai nostri bambini che si muore? E soprattutto, chi sta spiegando loro perché si muore? A chi tocca il compito, maledetto e infame, di dire a un ragazzino di dieci anni che il cugino o il vicino di casa non è «andato in cielo», ma è stato crivellato perché «ha mancato di rispetto»? Chi sta normalizzando la polvere da sparo al posto del profumo dei fiori? Chi sta riscrivendo la grammatica dei nostri figli, insegnando loro che il rispetto non si guadagna, ma si impone col piombo?E poi c’è Sibari. La Piana. Quella zona d’ombra che facciamo finta di non vedere. Facciamo finta di non sapere, ma lo sappiamo tutti. Nella Piana non si muove solo l’oro sporco, non ci sono solo capannoni fantasma e terreni sequestrati. A Sibari ci transita la morte fisica. Passa la droga. Chilometri di asfalto e campi che diventano un’autostrada doganale per la polvere e la roba che finisce nelle vene, nei cervelli, nelle tasche dei nostri ragazzi. È un hub, un crocevia gigantesco che noi, per comodità o per terrore, fingiamo sia avvolto nella nebbia. Ma la nebbia la facciamo noi, chiudendo gli occhi. Cosa si sta muovendo davvero tra i campi, i capannoni e le zone industriali che noi, brava gente, fingiamo di ignorare? Quali patti si stanno stringendo mentre noi dormiamo? C’è un silenzio assordante laggiù, ed è il suono dei soldi che lavano il sangue.