Ambrogio
Mario Alberto Marchi
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Sul principio non litiga nessuno. Prima di scegliere di morire un malato dovrebbe poter avere un’alternativa, sia alla sofferenza che alla fine : le cure palliative, diritto riconosciuto per legge dal 2010. Resta un diritto disuguale. Secondo la Società italiana di cure palliative viene assistito il 33 per cento dei malati che ne avrebbero bisogno, con distanze enormi fra territori, dal Trentino oltre il 70 alla Sardegna sotto il 5. Gianpaolo Fortini, presidente della Sicp e direttore delle cure palliative integrate all’Asst Sette Laghi di Varese, ne trae una formula che vale come diagnosi: un malato sofferente e solo può sentirsi senza alternative.
La Lombardia, in quella classifica, sta fra le prime: copertura sopra il 40 per cento, 74 hospice, 848 posti letto, assistiti passati in sei anni da 28mila a 40mila e investimenti cresciuti da 102 a 158 milioni. Bertolaso rivendica il rispetto degli standard nazionali sui posti letto, e ha ragione. Il problema lombardo è un altro, e lo dicono i numeri di casa: nel 2024 la rete dell’Ats Milano ha preso in carico 10.779 persone, ma il 7,1 per cento di chi entra in assistenza domiciliare muore entro due giorni, e in hospice la quota sale all’11,9. Una rete che esiste e che si attiva quando non c’è più tempo di provarla non offre un’alternativa. Offre un congedo.






