Fra le tradizioni di cui l’Italia si fa vanto, la pelletteria merita un posto d’onore; per rendersene conto basta una passeggiata nel centro di Firenze. A livello globale, l’industria della pelle ha un valore stimato di 243 miliardi di dollari (con una crescita annua prevista pari al 6,6% fino al 2030): il materiale è destinato per il 47% alle calzature e per il 10% all’abbigliamento. Chi ama la pelle lo sa: la sua consistenza, la sua durata, il modo in cui invecchia non sono facilmente sostituibili. Ma proprio questa consapevolezza apre una domanda più scomoda: la pelle può essere sostenibile e a che condizioni?

È un tema vasto che cercherò di affrontare mettendo qualche punto fermo. Il primo: per una persona vegana, o comunque contraria allo sfruttamento degli animali, la pelle è inaccettabile. Si tratta di una scelta etica che merita rispetto e che nessuna certificazione può confutare. Tanti altri hanno posizioni più sfumate e si chiedono come sia stato trattato l’animale, chi abbia lavorato la sua pelle, con quali sostanze chimiche. Ed è qui che torna utile conoscere meglio la filiera che parte dall’allevamento e arriva al negozio.

Non dobbiamo dimenticare che la pelle è un sottoprodotto degli allevamenti: uno scarto che, altrimenti, andrebbe al macero. Va da sé che la gestione della materia prima è un tema cruciale per tutti i materiali (la piantagione per il cotone, l’allevamento per la lana ecc.) perchè è proprio lì una fetta rilevante dell’impatto. Oltre all’impatto ambientale, esistono allevamenti che rispettano tutti gli standard di sicurezza, igiene e benessere animale e altri che se ne disinteressano. Ecco perché i brand più attenti li visitano di persona o, nel caso di alcuni grandi gruppi del lusso, li acquistano per gestirli direttamente.