Ancora una volta ha vinto il richiamo della foresta: quell’istinto atavico e primordiale che infallibilmente attrae la sinistra italiana, con isolate eccezioni individuali, nel folto delle situazioni più spinose. Lo spunto è la rimozione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report: dal Pd ai Cinquestelle a Avs, sono tutti insorti come un sol partito, riscoprendo quella concordia che quando si parla di programmi e candidature resta una chimera.
Non si tratta di discutere i meriti o i demeriti di Report, né la fondatezza delle accuse che da molti parti – non tutte riconducibili all’attuale maggioranza – sono state mosse alla trasmissione: ovviamente la sinistra ha le sue buone ragioni per difendere un programma che palesemente dà fastidio al governo, così come il governo ha tutto l’interesse a volerla normalizzare. Il problema è un altro, ed è desolante osservare come lo spirito di branco prevalga sulla serena constatazione dei fatti.
Altro che serenità. Davvero siamo in presenza di un “golpe”, un nuovo “editto bulgaro” (come quello berlusconiano che nel 2002 esiliò dalla tv pubblica Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi)? Possibile non rendersi conto che nei contorni della vicenda in cui è coinvolto Ranucci – che, è giusto ricordarlo, allo stato risulta parte offesa – sono emerse situazioni che, almeno finché non saranno chiariti, se mai lo saranno, tutti gli aspetti di un intrigo sconcertante – ne rendono problematica la presenza al timone di un programma di denuncia, e anzi, per il bene della sua creatura, avrebbero dovuto suggerire al conduttore stesso un passo indietro?














