Trentesimo dei quaranta film che Eastwood, classe ‘30, ha diretto nel 2008, Gran Torino è una summa della sua filosofia di vita e dei valori da trasmettere tra generazioni accollandosi la responsabilità della violenza. Sceneggiato dal deb Nick Schenk, il film fila come un treno nella notte, è un miracolo di scrittura, regìa e recitazione, mescola commedia e dramma nell’osservare i razzismi quotidiani consci e inconsci. Seduta sul titolo, la Gran Torino del ’72, auto d’epoca che l’anziano operaio della Ford tiene in garage come una divinità, oggetto di desiderio di tutto il vicinato perché uomo e automobile spesso si identificano. Nel mezzo del Midwest, Michigan, Walt, che ha perso la moglie all’inizio e non comunica coi figli, è circondato da vicini asiatici, che hanno «occupato» il quartiere. Si prenderà cura di un adolescente Hmong bullizzato e timido, Thao, cui insegna i comandamenti della virilità secondo Walt, a sua volta immigrato polacco. Un Clint, nonno burbero con la pistola pronta, che cede anche alla confessione portandosi dentro, senza perdonarsi, gli orrori di cui è stato complice nella guerra di Corea nel ’52. Circondato da molti stranieri (i violenti teppisti sono neri, il commerciante irlandese, il barbiere italiano), Walt, solo sotto le stelle di una morale scomparsa, deve raddrizzare torti come l’eroe di un western senza praterie né cavalli. Ma, rispetto all’America di oggi, Eastwood non pare proprio un repubblicano, se mai si aggira dalle parti del cristianesimo, vuol virilizzare, non fascisticamente, giovani di «panna smontata». Amante di biografie celebri, da Bird a Hoover, il regista scoperto da Leone con la trilogia del dollaro nei ‘60, qui è lo splendido narratore dei casi anonimi della vita, divisa ex aequo tra gentilezze e violenze. Gran Torino, di Clint Eastwood, 2008, Sky Cinema Drama, ore 21.