Negli ultimi giorni è diventato virale un testo attribuito a Clint Eastwood. Probabilmente non è mai stato pronunciato. Eppure milioni di persone hanno scelto di credergli; forse perché nessun altro incarna, nel nostro immaginario, la forza, l’indipendenza e la capacità di attraversare la vita come Clint Eastwood. Vederlo oggi novantaseienne ci costringe a confrontarci con una verità che preferiamo tenere ai margini: anche gli invincibili invecchiano.
Viviamo in una società che celebra la longevità, ma fatica profondamente a guardare la vecchiaia.
Ci congratuliamo con chi raggiunge novant’anni o addirittura il secolo di vita, come se il semplice trascorrere del tempo fosse di per sé una vittoria. Molto più raramente, però, ci fermiamo a domandarci che cosa significhi davvero abitare un corpo così vecchio.
La vecchiaia estrema non è soltanto un elenco di acciacchi, ma un cambiamento radicale del modo di stare nel mondo. Il corpo rallenta, i movimenti diventano più prudenti, le energie diminuiscono. Anche ciò che per anni è stato automatico può richiedere uno sforzo inatteso. Ma il peso più grande, spesso, non è quello fisico, bensì la progressiva riduzione del proprio mondo. Gli amici muoiono. Muoiono anche le sorelle e i fratelli. Le persone che conoscevano la nostra storia diminuiscono, il telefono squilla meno e le occasioni di sentirsi necessari diventano sempre più rare.






