C’è una forma particolare di sofferenza che riguarda i genitori di alcuni bambini autistici e che si fatica a immaginare. Il bambino cresce, mangia e corre. Nulla, nell’aspetto esteriore, lascia intuire immediatamente la gravità del problema. Eppure, non risponde al proprio nome, non segue lo sguardo dell’adulto, non indica ciò che desidera e può non cercare conforto quando si fa male. Non è sordo, non è cieco, non è paralizzato. È un bambino che può risultare estremamente difficile da raggiungere sul piano comunicativo e relazionale. E proprio perché il corpo non offre una spiegazione evidente di quella inaccessibilità comunicativa, i genitori cercano una causa con l’urgenza di chi ha bisogno di comprendere ciò che sta accadendo
È una condizione psicologica nella quale il bisogno di una spiegazione può diventare soverchiante. La storia della medicina dovrebbe aver insegnato quanto possa essere pericoloso quando i malati e i loro cari incontrano una teoria semplice e sbagliata. Per decenni alcune correnti psicoanalitiche attribuirono l’autismo alla freddezza affettiva materna, caricando migliaia di famiglie di un senso di colpa privo di fondamento. In alcuni Paesi furono utilizzati, anche molto più tardi, trattamenti coercitivi e non validati. Il vuoto esplicativo lasciato dall’autismo è stato così ripetutamente occupato da ipotesi che avevano la funzione di offrire una pacificazione emotiva prima ancora che una spiegazione o trattamenti basati prove.






