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Nel 2012 il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti non sapeva che farsene di due telescopi spaziali. Erano stati sviluppati per osservare la Terra, ma il progetto aveva richiesto più tempo e denaro del previsto ed era stato accantonato. I responsabili del Dipartimento chiesero allora a quelli della NASA se fossero interessati. Lo erano. Il Roman Space Telescope (RST), cioè il frutto di quella sorta di riciclo dopo una profonda riprogettazione, partirà domenica dalla Terra per un viaggio di centinaia di migliaia di chilometri e nei prossimi anni ci aiuterà a capire meglio come è fatto l’Universo.

RST ha uno specchio, il suo principale strumento ottico, con un diametro di 2,4 metri, quasi quanto quello del telescopio spaziale più famoso di tutti, Hubble, ma ha un campo visivo molto più ampio. Significa che può osservare porzioni di cielo circa cento volte più ampie di quelle osservate da Hubble o dal più recente James Webb Space Telescope, consentendo di rilevare e studiare maggiori quantità di stelle e di galassie in una volta sola. RST raccoglierà dati preziosi per studiare l’evoluzione dell’Universo, scoprire nuovi pianeti fuori dal nostro sistema solare (gli “esopianeti”) e capire qualcosa di più sull’energia oscura e sulla materia oscura. Con moltissimi dati.