È passato ormai un mese da quando circa 80mila migranti si sono riversati a Ceuta, exclave spagnola in Marocco. Eppure, sfogliando i quotidiani iberici, l’emergenza è ancora lì. Sono tanti, infatti, i migranti rimasti sul territorio. Qualche migliaio: la Spagna non dispone ancora di un censimento di coloro che non sono stati espulsi e le cifre cambiano in base alle fonti. Tra questi almeno 1.500 sarebbero minori da ricollocare. Troppi per una città che, normalmente, conta 84mila abitanti distribuiti su una superficie di 85 chilometri quadrati.
Intanto, è nei palazzi del potere che si consuma lo scontro politico sulla crisi. A Madrid e all’estero. Nel discorso pubblico, però, hanno trovato spazio anche una serie di presunte letture dei fatti che profumavano di teorie del complotto in cui dati accertati si mescolavano a ipotesi plausibili e interpretazioni ideologiche. E poco importa se spesso si contraddicono a vicenda.
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LA REGOLARIZZAZIONE STRAORDINARIA
Nelle ore successive all’ingresso in territorio spagnolo dei migranti le interpretazioni si sono sprecate. La versione ufficiale avanzata dal governo di Pedro Sánchez attribuisce l'ondata a una concomitanza di fattori fortuiti. Il punto di innesco avrebbe una data precisa: il 29 giugno 2026, giorno in cui il Tribunale supremo spagnolo ha emesso una sentenza sulle cosiddette devoluciones en caliente, i rimpatri immediati. La pronuncia stabiliva che la procedura non può applicarsi a chi tenta di raggiungere Ceuta o Melilla a nuoto, poiché chi attraversa via mare non supera alcuna barriera fisica; in questi casi, le autorità spagnole sono tenute ad avviare un procedimento di devoluzione entro 72 ore o a disporre il fermo temporaneo.








