di
Lorenzo Cremonesi
Percorriamo le ultime tappe dal Pacifico all’Atlantico del Passaggio di Nord-Ovest preoccupati da queste domande. Ma la verità resta che non ci sono risposte
POND INLET (CANADA SETTENTRIONALE) - Come garantire la difesa dell’ecosistema artico a fronte dei cambiamenti climatici e del conseguente scioglimento dei ghiacci, che a tutti gli effetti espone l’intera regione del Polo Nord alla competizione internazionale per lo sfruttamento delle sue risorse e persino alla sfida per il suo controllo militare? Percorriamo le ultime tappe dal Pacifico all’Atlantico del Passaggio di Nord-Ovest preoccupati da queste domande. Ma la semplice verità resta che non ci sono risposte. «Non lo sappiamo. Ormai ogni anno vediamo che il livello dei ghiacci si abbassa, le stagioni sono sempre più imprevedibili, con fenomeni estremi di caldo e freddo, che una volta erano sconosciuti e ora ovviamente impattano sugli animali, oltre che sull’ambiente e i suoi abitanti. Vediamo bene che la presenza militare è cresciuta e che le ricchezze artiche fanno gola a tanti. In Canada cerchiamo di cooperare con lo Stato per garantirci, però il futuro resta del tutto incerto», ammette tra i tanti il 57enne Darrel Makin, che dal 2022 è tra gli amministratori e portavoce del Parco Nazionale dello Sirmilik, una delle più grandi zone protette del Canada artico.Lo abbiamo raggiunto nella biblioteca del villaggio di Pond Inlet il 28 agosto verso mezzogiorno, dopo sei ore di navigazione a dir poco entusiasmanti dalla baia di Cape Hatt. Un galleggiare da sogno, non tanto per il viaggio in sé – sempre a motore sui sette nodi in un mare assolutamente piatto -, piuttosto per la luce cristallina dei cieli, la cerchia di cime a tratti rocciose e in altri coperte dai ghiacciai sui golfi incantati, i dedali di canali secondari affacciati sul principale destinati a condurci sino alla Baia di Baffin e quindi all’inizio della traversata verso le coste occidentali della Groenlandia. In questi mesi dell’estate 2026 sulle cronache, specie dei media occidentali, hanno dominato le tematiche legate ai cambiamenti climatici: dal grande caldo, alle Alpi in disfacimento con lo scioglimento dei ghiacciai e le frane, sino alla catastrofe naturale dell’inondazione dalle terre alte alle vallate del Nepal. A peggiorare lo scenario è stata la mancanza di cooperazione politica internazionale, minata soprattutto, ma non solo, dalla guerra russo-ucraina e da quella in Medio Oriente. Lo vediamo bene purtroppo: prevale la legge del più forte. Intendiamoci, così è sempre stato, ma dalla fine della Seconda Guerra Mondiale siamo oggi a uno dei punti più bassi nella storia dei tentativi di trovare sistemi di collaborazione tra gli Stati. E nulla, proprio nulla, lascia credere che in questa fase la comunità delle nazioni sia pronta a unire le forze per elaborare politiche comuni per affrontare la crisi ambientale. L’Artico, i mari e le isole che ho visto navigando tra Alaska, Canada e Groenlandia, sono oggi più che mai indifesi, fragili, alle mercè dei capricci degli uomini, i quali alla prova dei fatti sembrano del tutto indifferenti alla sorte del loro stesso Pianeta. «Quello del Canada è il governo che ha più lavorato per dare voce e forza politica agli abitanti delle terre del grande nord. Si tenga conto che dal 1999, con la costituzione del regime di autogoverno Inuit, enormi regioni del Paese sono adesso largamente sotto il loro controllo. Però lo stesso non vale per la Siberia russa o per l’Alaska statunitense. E non sono affatto certo che, se Donald Trump continuasse a espandere le attività economiche e militari dalle nostre parti, e così facessero i russi e tramite loro i cinesi, anche Ottawa non sarebbe costretta a mutare radicalmente politica», confessa Darrell. Con lui avevo preso appuntamento ancora mentre navigavamo nel Canale di Lancaster e ci avvicinavamo alla zona dei parchi naturali. E adesso è stato facile parlargli.







