di
Lorenzo Cremonesi
Prosegue il viaggio lungo la rotta di Nord Ovest: «Ci sono stati momenti in cui la via sembrava totalmente chiusa, davanti e dietro. In aiuto la barca a vela di un imprenditore messicano»
HERSCHEL ISLAND (Canada settentrionale) - Alle giornate di attesa e tedio si avvicendano quelle di pura adrenalina. Per lunghi periodi siamo costretti ad attendere alla fonda che i venti e le correnti ci aprano la via tra i ghiacci. Per noi navigatori superconnessi alla rete, aiutati dai collegamenti satellitari la sfida è minima, rispetto a quella dei marinai delle baleniere e degli esploratori che nell’Ottocento trascorrevano anni interi bloccati nel pack sperando che il tepore estivo permettesse loro di uscire dalle trappole del freddo. Tanti non ci riuscirono, altri furono costretti a massacranti marce nel gelo abbandonando i loro vascelli stritolati dalla pressione del ghiaccio diventato cemento. «Non ci sono dubbi che passeremo. Si tratta di aspettare il momento migliore e individuare i canali giusti per passare i tappi più spessi», continua a ripetere Alberto, il nostro capitano. I comandanti dell’Ottocento organizzavano rigorosamente il tempo delle loro ciurme non solo per garantire la vita a bordo per i lunghi mesi di totale immobilità, ma anche per evitare che tedio e noia avvelenassero il morale degli uomini. I britannici erano famosi per i giornali di bordo, le partite di calcio sulla neve e soprattutto le periodiche rappresentazioni teatrali. Per noi quattro a bordo di Lifexplorer ci sono letture, ottimi pranzi cucinati dal nostro chef, Giovanni architetto di Vicenza, e interminabili serate sul laptop per studiare le foto satellitari dei ghiacci di fronte a noi. Ma sono pause relativamente corte, al massimo 3 o 4 giorni, nulla a che vedere con i due interi anni di fermata che per esempio rallentarono Roald Amundsen sulla strada della sua «prima» per il passaggio di Nord Ovest tra il 1903 e 1906.Ad oggi, le nove di sera del 11 agosto, sembra che la zona più difficile sia stata superata. «Il peggio pare sia passato, ora troveremo mare più facile con forse ancora qualche problema nel Golfo di Amundsen, tra circa 200 miglia», conferma Alberto. Abbiamo vento contrario, il mare libero permette la formazione di onde rabbiose che scuotono lo scafo. Ogni tanto grossi blocchi di ghiaccio ci passano di fronte alla prua.Nulla però a che vedere con i cinque giorni precedenti a soprattutto la giornata di ieri, quando per almeno 12 ore abbiamo lottato per superare il blocco di ghiaccio sul confine marino tra Alaska e Canada. Ore difficili, tutti sul ponte, con i due droni di bordo utilizzati per monitorare i piccoli canali di fronte a noi, il canotto a motore come aiuto e le lunghe pertiche con le punte metalliche a spostare i blocchi più leggeri. Ci sono stati momenti che la via sembrava totalmente chiusa, davanti e dietro. Con noi anche Diablesse, la barca a vela di un imprenditore messicano con marinai spagnoli e del suo Paese, pronti a unire le forze per uscire al più presto. La loro barca ha l’albero di circa 30 metri, più alto del nostro, un loro marinaio viene issato sulle crocette per indicare la strada. Il collegamento via radio è continuo. Andatura media sui due nodi, con il timoniere intento a zigzagare di continuo. Temperatura dell’aria sui due gradi, dell’acqua tra zero e uno. Verso le diciassette i blocchi si fanno più radi, quindi il mare diventa più libero, simile a quello che ci aveva fatto tirare il fiato dopo il «tappo» di Point Barrow. Ma è un sollievo solo temporaneo: già stiamo pregustando l’acqua tranquilla, che tra un paio d’ore dovrebbe attenderci nella baia di Herschel Island, quando io che ho appena preso il timone non vedo un blocco di ghiaccio semisommerso e provoco l’incidente. Lo scafo si paralizza all’improvviso, l’impatto a prua è violento. «Potrenmmo avere rotto elica e timoni. Il nostro viaggio è finito», urla Alberto mentre si precipita nella sala motori e a prua per verificare non ci siano falle. Sono momenti di preoccupazione e quasi panico. Le pertiche appuntite non riescono a smuovere il blocco, che si è incastrato tra i due timoni per la larghezza dello scafo, nella sezione protetta dell’elica e la poppa. Mettiamo in acqua il nostro gommone. C’è sgomento, rabbia, frustrazione. I pensieri sono neri: come potremmo fare le riparazioni in questo angolo remoto?Sopraggiunge Diablesse, che collabora al soccorso. Lentamente liberiamo a colpi d’asta il timone di dritta. Poi la barca viene trainata da prua sperando che la pressione dell’acqua aiuti. Sembra non serva. Ma infine le nostre preghiere in qualche modo funzionano: il blocco sale in superfice, come un mostro attaccato alla poppa, quindi si stacca e se ne va mollemente alla deriva. Accade il miracolo: l’elica gira, i timoni funzionano. Sono graffiati, la parte superiore della pala sinistra si è parzialmente piegata mettendo in atto il sistema di frammentazione previsto per evitare che queste collisioni danneggino la struttura dello scafo. Infatti, l’impatto non ha pregiudicato l’efficienza dell’imbarcazione. Davvero non sembrava possibile, la barca ha tenuto. Riprendiamo la navigazione, certo più timorosa, la velocità scende da quasi sette nodi a quattro. Adesso sono di guardia a prua, m’inquieto anche alla prima bava di ghiaccio bagnato di fronte a noi. Dall’incubo al sollievo. Il cielo si fa nero, la superfice è uno specchio che riflette le nuvole, le ore sono interminabili. Comunque arriviamo, a mezzanotte locale gettiamo l’ancora di fronte alle casette in legno di Herschel Island. Domattina prenderemo contatto con le autorità canadesi. Ora termino di scrivere. Le onde di prua fanno vibrare la barca.







