di
Lorenzo Cremonesi
Negli ultimi anni a causa del riscaldamento climatico il passaggio di Nord Ovest a capo Barrow era già percorribile a metà luglio, ma adesso il ghiaccio lo blocca ancora
ICY CAPE (Alaska nord-occidentale) - Niente, ancora non si passa. Negli ultimi anni a causa del riscaldamento climatico il passaggio di Nord Ovest a capo Barrow era già percorribile a metà luglio, ma adesso il ghiaccio lo blocca ancora. Una barca di spagnoli che ci precede di un paio di giorni ha tentato più volte di forzare ed ha dovuta fermarsi. Il freddo eccezionale dell’ultimo inverno sta ritardando il ritiro dei ghiacci. Ma abbiamo deciso comunque di tentare nelle prossime ore. Il vento che soffia da sud sembra offrire qualche spiraglio, il ghiaccio si sta rompendo: dovremo forse dribblare qualche accumulo e fare attenzione alle lastre che ancora rendono infida la navigazione nel punto più settentrionale dell’Alaska.Dal 24 luglio al primo agosto abbiamo percorso circa 500 miglia marine dal porto di Nome quasi sempre a vela. Ora siamo ancorati in due e metri e mezzo d’acqua in una gigantesca laguna ben protetta creata dalla foce del fiume Nokotlek. Una delle centinaia che percorrono questi territori alla fine del continente americano. Il cielo resta lattiginoso, la temperatura oscilla tra gli 8 e 10 gradi sopra lo zero. Domina la tundra umida del grande nord e con essa nei mesi estivi imperversano le zanzare. Sono onnipresenti, fastidiose, aggressive, soltanto le folate di vento più forti riescono ad allontanarle. Siamo talmente occupati dalla necessità di organizzare la rotta e gestire la barca che le cronache dal mondo diventano remote.Il radar segnala solo un pugno di imbarcazioni nell’arco di centinaia di miglia, il mare e la terra sono vuoti di uomini. Sappiamo che qui avanti ci sono un paio di basi militari americane mal segnate dalle mappe, poco a sud dalla nostra barca sembra siano state approntate alcune piste di atteraggio per gli aerei. Sappiamo che Donald Trump ha la passione per i rompighiaccio e vorrebbe intensificare la presenza americana sulle rotte artiche. Ma per adesso qui è tutto fermo, non si vedono navi da guerra e neppure traffico mercantile, se non tre o quattro piccole unità commerciali che arrancano tra gli iceberg per portare rifornimenti ai pochi villaggi Inuit sino al confine col Canada. La costa bassa è un lungo susseguirsi di lagune, dune sabbiose, estuari fatti a dedalo, in cielo gabbiani e oche artiche, ogni tanto il passaggio di balene e foche che fanno capolino tra le onde. Il mare è blu scuro, spesso si confonde con l’orizzonte striato con infinite tonalità di grigio. I giorni di vero sole si contano sulle dita di una mano. E la notte non è mai davvero buia, rimane due o tre ore: un chiarore poco più scuro del giorno. Gli Inuit locali ci dicono che l’estate è il periodo dei suicidi, perché d’inverno si è troppo occupati a sopravvivere, mentre la luce infinita dell’estate invita a perdere tempo, tirare tardi a bere alcoolici sino a perdere la cognizione delle ore.Oggi siamo scesi a terra con difficoltà, i bassi fondali rendono complicato l’accesso dal tender alle strisce di sabbia emersa. Sulle rive le dune non riescono a coprire i tronchi resi biancastri dalla salsedine, gli uccelli depongono le uova tra la vegetazione bassa, non si vede neppure un albero. Ogni tanto s’incontrano resti di plastiche, vecchi copertoni d’auto, immondizie gettate in mare in un altro luogo del Pianeta.Approfittando del pescaggio limitato della nostra barca con la chiglia di alluminio rinforzato utilizziamo queste lagune come ripari dal ghiaccio e dalle onde. Passiamo in meno di due metri d’acqua: una sicurezza se i venti dovessero tornare a spingere la banchisa polare verso le coste. Qui davanti a una quarantina di miglia c’è Point Franklin: famoso per le 33 baleniere che vi rimasero schiacciate nel 1871 e poi per un incidente simile nel 1898, quando 265 balenieri vennero salvati dopo il naufragio delle loro navi grazie all’intervento di un manipolo di soccorritori che marciarono per 99 giorni nella tundra gelata, tra dicembre marzo, con oltre 350 renne che servirono per per sfamare i marinai stremati. Scrivo mentre il vento sta rinforzando, le foto satellitari diffuse in tempo reale ci danno speranza, il ghiaccio è spinto a nord. Partiremo domattina alle cinque, se poi la fortuna dovesse persistere superato Point Barrow non ci fermeremo nel suo approdo protetto, ma cercheremo di filare in direzione del Canada.






