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Lorenzo Cremonesi

Diario di bordo, terza puntata: dopo circa 8 ore di viaggio siamo nel punto più vicino tra il continente americano e la Siberia russa. Qui passa la linea internazionale del cambiamento del giorno

STRETTO DI BERING - Salpiamo finalmente dal porto di Nome alle 5,20 di mattina orario dell’Alaska nord-occidentale. Il tempo è stupendo: il sole riscalda l’aria cristallina che ricorda le belle giornate d’inverno sulle Alpi. Ci sono due nodi di vento a favore, troppo pochi per andare a vela: proseguiamo a motore per circa dodici ore a una media di quasi 7 nodi. Le onde sono basse, procediamo spediti.Poco dopo le 17,30 il vento cresce da sud, impetuoso, il mare si alza, nubi e nebbie avvolgono la barca: la visibilità si riduce a mezzo miglio; la superfice del mare s’increspa di onde nervose, che salgono col trascorrere del tempo. Il dato positivo è che possiamo issare randa e fiocco grazie al buon vento in poppa, circa 23 nodi. Tutto cambia, acceleriamo a oltre 9 nodi, sfioriamo i 10, la barca diventa molto più stabile con le vele gonfie.Dopo circa 8 ore sulla sinistra appaiono la Grande e la Piccola Diomede, le due isole che marcano il confine tra Stati Uniti e Russia nel mezzo dello Stretto di Bering. Siamo nel punto più vicino tra il continente americano e la Siberia russa. L’altra sera gli amici Inuit di Nome ci avevano ricordato che attraverso le due isole passa la traiettoria convenzionale dell’Antimeridiano di Greenwich, chiamato anche il 180esimo meridiano, che è la linea internazionale del cambiamento del giorno. Ecco perché la Grande Diomede è soprannominata dai locali «l’isola di ieri», mentre la piccola è «l’isola di domani». Una barca a vela spagnola condotta da un capitano messicano mirava a sbarcare alla Piccola Diomede, ma il consiglio tribale locale ha detto chiaramente che non sono graditi. Un comportamento anomalo, in genere gli inuit trattano gli stranieri con grande amicizia. Noi stessi abbiamo ricevuto in regalo salmoni affumicati e vari inviti a pranzo dai locali.Navigheremo così per almeno altre 15-20 ore, a seconda delle condizioni di mare e venti. Stiamo puntando all’ansa ridossata di Hope Point, un promontorio che ospita un piccolo villaggio Inuit, che ha meno di 700 abitanti. In passato è stato luogo di riparo per le baleniere. Non c’è porto. Poi sono attese forti raffiche di vento da nord che ci costringeranno ad attendere forse un paio di giorni. Quando il tempo migliorerà ci dirigeremo verso Capo Barrow da dove inizierà la ricerca dei passaggi per dribblare gli iceberg e i ghiacci polari.