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Lorenzo Cremonesi

Nuova puntata di «Passaggio a Nord-Ovest». Il Polo Nord è a meno di 3 mila chilometri, la mente torna all’epopea alla corsa verso i Poli e alle sfide dei navigatori-sognatori dell’Ottocento

POINT BARROW (Alaska settentrionale) - Improvvisamente il mare s’imbianca di ghiaccio, che luccica col sole e invece ingrigisce all’arrivo delle nebbie. Sino a poco fa prevalevano l’acqua verde e i cieli quasi sempre imbronciati del grande nord. Ma adesso siamo entrati nell’atmosfera diafana e irreale dei ghiacci artici, il Polo Nord è a meno di 3.000 chilometri: l’avventura diventa davvero remota, con archi di luce chiara disegnati nell’aria, il mare a tratti calmo come fosse un lago chiuso, quasi oleoso. Eppoi rumori ovattati, stormi d’uccelli bassissimi a pelo del liquido immobile, foche che passano silenziose, una balena emerge a tratti parallela alla nostra barca. Ma soprattutto lasciano senza respiro le forme degli isolotti di ghiaccio. Quelli della neve dell’ultimo anno sono bianchi candidi, ma più numerosi appaiono i pezzi di banchisa antichi, più spessi, con meno ossigeno e quindi più pesanti, con propaggini che vanno nel profondo e s’incagliano in questo mare sempre basso dai fondali sabbiosi, che creano secche infide alla navigazione. Non sono iceberg, quelli li incontreremo più avanti, in concomitanza delle montagne del Canada a picco sui canali stretti del Passaggio di Nord Ovest, oppure navigando presso gli immensi ghiacciai della Groenlandia che alla fine della loro corsa generano cadute di seracchi nella Baia di Baffin. Piuttosto si presentano come grumi multiformi, con disegni che sembrano sculture astratte, oppure ricordano animali, zampe di neve dura, teste appoggiate, schiene curve su cui si posano stormi di pulcinelle di mare e sterne.Di fronte a questa immensità tanto remota viene spontaneo ripensare ai racconti drammatici dell’epopea alla corsa verso i Poli e la sfida per il Passaggio di Nord Ovest tra gli esploratori-navigatori-sognatori dell’Ottocento. I marinai che impazzivano nel labirinto di solitudine e freddo, i loro naufragi, gli inverni a meno cinquanta gradi in ricoveri di fortuna, e i tentativi di ritorno in marce forzate trascinandosi le scialuppe da utilizzare come ricoveri sul pack e mezzi per sfuggire alla morte. Va subito detto che la nostra navigazione è facilitata dai sostegni delle nuove tecnologie e della comunicazione globalizzata. Sulla nostra barca a vela vediamo l’andamento dei venti, delle correnti, del ghiaccio in modalità che permettono di ragionare sulla navigazione. Il collegamento continuo con Starlink nautico aiuta a pianificare i tempi degli spostamenti e le rotte. E infatti sapevamo già da giorni che a luglio la via per Point Barrow, il punto più settentrionale dell’Alaska che arrivando dal Pacifico conduce al mare di Beaufort e quindi alle coste del Canada, era bloccata. Da queste parti il micro-clima degli ultimi mesi è stato particolarmente rigido. Ma questo dato non deve istillare false illusioni ai negatori del mutamento climatico. Tutt’altro. La triste realtà è che i Poli continuano a scongelarsi a velocità inusitata, il pack artico si riduce globalmente di anno in anno e ciò conduce alla frantumazione della calotta polare. Negli anni scorsi Point Barrow era transitabile già a metà luglio, come del resto accadeva un poco più tardi anche nell’Ottocento, quando le baleniere venivano in queste acque ricche di prede per tutto agosto sino ai primi di settembre. Ma negli ultimi mesi la banchisa si è spezzata più del solito e i suoi frammenti, spinti da venti e correnti, si sono incuneati verso queste zone. Arrivati da Nome a Icy Cape il primo agosto, ci siamo dovuti fermare di fronte a una barriera di ghiacci infidi e impenetrabili, che spinti dalle onde potevano creare gravi danni al nostro scafo e persino intrappolarlo lungo la costa. Per due giorni abbiamo provato a passare e siamo stati costretti a tornare al nostro rifugio in una laguna di bassi fondali sabbiosi ridossati. C’è stato anche un momento di preoccupazione quando, sollevata la deriva mobile, la chiglia ha strisciato in un metro e mezzo d’acqua fangosa e fredda meno di tre gradi. Ma il 4 agosto mattina la situazione è totalmente cambiata. Un costante vento da Est ha spostato i ghiacci e noi siamo filati a motore contro dieci nodi di vento per oltre 40 miglia sino alla sottile lingua di terra che caratterizza Point Barrow. Lo notavano anche i diari dei grandi navigatori: poche ore di vento e correnti marine potevano mutare in modo radicale lo scenario dei ghiacci. Il Duca degli Abruzzi e i suoi uomini furono tra i tanti a raccontarlo di continuo: momenti di disperazione caratterizati dalla sensazione di essere intrappolati per sempre potevano trasformarsi dell’euforia della speranza. Poteva avvenire anche il contrario, in un altalenare schizofrenico di ottimismo e pessimismo che andava temperato dalla moderazione dell’esperienza, nella consapevolezza dei problemi da risolvere di continuo. Adesso stiamo filando lungo l’estremo lembo dell’Alaska, dove le coste acquitrinose sono segnate dagli estuari dei grandi fiumi del nord. Sarà così sino al confine col Canada e anche oltre. Il motore diesel corre a una velocità media di sei nodi, il vento contrario oscilla tra i 10 e 13 nodi. Banchi di fitte nebbie di alternano a tratti di luce limpida col sole immobile, che scema appena, senza morire mai tra l’una le tre di notte. Il barometro segnala bel tempo. Gli strumenti indicano la presenza di poco ghiaccio, si può procedere.