di

Lorenzo Cremonesi

Questi «tappi» di lastroni antichi, che ci rendono difficile la via e a volte rimbombano ostili sul nostro scafo di alluminio rinforzato, non sono altro che i rimasugli del Pack

CLARENCE LAGOON (Canada settentrionale) Nell’arco di una manciata di secondi passiamo dal mare quasi aperto al muro di ghiaccio impenetrabile. Lo scafo scivola silenzioso in un labirinto di canali. Attorno a noi sonnecchiano enormi lastroni di pack, ma anche pezzi di ghiaccio appena affioranti, tratti compatti come fossero ancora banchisa, bassi e levigati con appena piccoli guanciali candidi segnati dall’acqua piovana, e poi tocchi bluastri, grigi e bianchicci, spesso quasi trasparenti in uno stato di semiscioglimento. Prevale però il ghiaccio vecchio, nerastro, potrebbe essersi formato decenni fa e soltanto adesso sta mollemente galleggiando verso la sua inevitabile estinzione. Lo riconosci subito: è sporco di sabbia, a tratti spugnoso, i granellini scuri e le zolle portati dal vento creano una patina sottile che penetra sotto la superfice come creando uno strano effetto dune. Sono polveri sottili, arrivano dai deserti, ma anche dalle zone inquinate del Pianeta. Alcuni accumuli di ghiaccio vecchio prendono la forma di isole sabbiose, come fossero grumi di terre emerse o scogli affioranti, che però non appaino sugli strumenti di navigazione. Procediamo in un mondo in disfacimento, con le onde intrappolate e le calme artiche capaci di paralizzare persino gli effetti del vento. L’aria rarefatta confonde: vedi una grande montagna all’orizzonte, come fosse distante decine di miglia, però poi la raggiungi in cinque minuti per scoprire che in effetti è soltanto un piccolo blocco di ghiaccio un poco più ripido e alto degli altri. Le distanze si fanno irreali, impossibile calcolare, ti ritrovi a galleggiare contando soltanto sugli strumenti di bordo e semmai sul raggio visivo ridotto a un area di una cinquantina di metri.La triste verità resta che nelle zone più difficili, dove navigare richiede la continua concentrazione del timoniere esperto, stiamo assistendo in modo diretto e tangibile all’irreversibile scioglimento della calotta polare. Noi su questa barca a vela, che procede col suo Volvo Penta da 120 cavalli borbottante a bassi giri per limitarci a circa 5 nodi di velocità, ci accodiamo al suo mesto funerale. Le foto satellitari e gli studi degli ultimi anni forniscono conclusioni impietose: dal 1979 il ghiaccio del nostro Pianeta è diminuito di oltre il 40 per cento, il Polo Nord si sta semplicemente liquefando. E l’erosione pare destinata a continuare. Noi ne siamo i testimoni diretti: urge raccontare, spiegare. Vale la pena di ripeterlo un’altra volta: questi «tappi» di lastroni antichi, che ci rendono difficile la via e a volte rimbombano ostili sul nostro scafo di alluminio rinforzato, non sono altro che i rimasugli del Pack. Più a nord e soprattutto verso le coste della Siberia russa ci sono ormai larghi tratti di mare aperto alle navigazioni dei cargo commerciali, come anche delle flotte da guerra: si potranno impiantare nuove piattaforme per l’estrazione di greggio e gas, ci sarà modo di allargare le rotte e di triplicare la rete di cavi sottomarini. È ormai scattata da tempo la corsa per le risorde dell’Artico. Donald Trump vuole il Canada e già abusa della Groenlandia, manda arbitrariamente le compagnie americane a scavare e lavorare, per l’Europa si tratta di una sfida vitale. La Russia apre le sue rotte alla Cina, i loro rompighiaccio garantiscono l’agibilità del passaggio di Nord Est per tutto l’anno. Ma il passaggio di Nord Ovest è aperto solo per due o tre mesi d’estate. Da quasi 30 giorni il radar sulla nostra rotta registra l’assenza di navi commerciali. Tra le barche da diporto provenienti da Ovest siamo in testa alla piccola pattuglia di unità che ci stanno provando in velocità. Quelle che arrivano da Est non sono ancora giunte dalle nostre parti. Le correnti e i venti di quest’anno hanno spinto i pezzi del pack in disfacimento verso il continente americano. Il risultato è di fronte a noi: ci imbattiamo in difficoltà tra Point Barrow e le coste settentrionali del Canada, dove le baleniere nell’Ottocento avevano vita più facile.La nostra rotta deve adattarsi alle circostanze. «Noi staremo al largo, dove però il ghiaccio è molto più spesso. A voi però conviene navigare molto vicino alla costa», ci ha consigliato il rompighiaccio canadese che questa mattina (9 agosto) stavamo seguendo in direzioine di Herschel Island. Il ragionamento è molto semplice: i lastroni più grandi si bloccano quando il fondale sale a 7-8 metri dalla superfice. Il rompighiaccio pesca oltre 4 metri, il suo capitano resta al largo e cerca di passare dove il ghiaccio è più sottile per sfondarlo, questo però una volta frantumato rischia di danneggiare sia la nostra elica che i due timoni a poppa. Non ci conviene quindi restare nella scia. L’alternativa, per noi che peschiamo un metro e settanta, è evitarla e invece navigare molto vicini alla costa, dove i bassi fondali fermano il fronte della banchisa frantumata. Il problema diventa adesso fare attenzione al profondimetro, cosa che avevamo già fatto per trovare rifugio nei golfi protetti ma poco profondi prima di Point Barrow. Partiti dal nostro ormeggio al largo del villaggio di Kaktovik verso le otto di mattina del 9 agosto alle tre del pomeriggio siamo entrati nelle acque territoriali del Canada assieme a una barca a vela con il capitano messicano. Il ghiaccio si è fatto via via più vicino alla costa. Per lunghe ore la navigazione è diventata una stressante serie di correzioni di rotta e pause per cercare la via migliore tra i mini-iceberg di fronte a noi. Ma è stato sempre più necessario avvicinarci ai bassi fondali.A un certo punto la barca del messicano ci attende e si mette nella nostra scia. Via radio indichiamo loro le eventuali variazioni della profondità, che si mantiene sui 5 metri. La cartografia risulta inaccurata, secondo la strumentazione saremmo giù sulla costa, che però appare a occhio nudo a circa un miglio da noi. Il dato curioso resta che in questo punto nell’Ottocento pescavano le baleniere in agosto e gli anni scorsi i navigatori del passaggio di Nord Ovest erano transitati in relativa tranquillità.I momenti di adrenalina alle stelle, quando le incognite mettono in forse la navigazione in un ambiente tanto ostile, si alternano alle attese snervanti costretti nel totale immobilismo. Personalmente li vivo con grande fastidio. Abituato da inviato di guerra a muovermi quasi sempre in autonomia e con grande dinamismo, oggi mi trovo a dovere sottostare a situazioni che non controllo e dove la pazienza diventa una regola determinante del successo. «Sono le leggi del mare, specie in barca a vela. A me è capitato di dover trovare ripari alla fonda durati poi intere settimane per evitare i tornadi nel pieno del Pacifico. Adattarsi alle regole del vento significa anche sapere aspettare. L’Artico segue le stesse logiche, è soltanto molto più difficile», spiega il comandante Alberto. Lo accetto obtorto collo. Una grave forma di sciatica alla gamba destra mi aveva costretto al poco o nullo movimento nelle prime due settimane della nostra navigazione. L’immobilismo dei preparativi a Nome e le attese dopo Point Barrow erano state ottimi viatici per la cura. Ma adesso le gambe ferme da un mese iniziano a formicolare. Il bisogno vitale di moto urge con il trascorrere dei giorni. I muscoli addormentati e la noia delle attese influiscono sul morale, si diventa irascibili, scema l’ottimismo.Il passaggio in Canada aveva ridato le speranze. Ma nel tardo pomeriggio è arrivata la doccia fredda: la via è chiusa anche a ridosso della costa. Niente da fare. Alle sei del pomeriggio i messicani gettano l’ancora in 6 metri d’acqua, noi appena più ridossati in 4. Ma cambia poco. Non c’è vento, l’acqua è pietrificata come fosse vetro, non si muove neppure un refolo, le bandiere sono come drappi morti.