"Quasi tutti gli amanti del tennis che seguono il circuito maschile in televisione hanno avuto, negli ultimi anni, quelli che si potrebbero definire Momenti Federer”. Compie vent’anni in questi giorni l’incipit giornalistico più famoso del tennis, David Foster Wallace su Roger Federer, l’uomo diventato misura di tutti i rovesci a venire. Proprio come nell’agosto del 2006, anche due decenni dopo lo svizzero è stata la guest star della Fan week, l’anteprima dello Us Open, la settimana di doppi misti e di divertissement, engagement e reel virali, giorni di giochi prima che il Gioco vero cominci. Tennis and the City, nella capitale dello sportainment, lo stadio più grande del mondo con il pubblico più rumoroso del mondo ospita l’ultimo major della stagione, senza il numero uno del mondo Jannik Sinner, fermo dallo scorso 12 luglio, il giorno della finale di Wimbledon, per un infortunio al ginocchio destro che sta curando al J Medical di Torino. Fuori Sinner e dentro Alcaraz. La rivalità che ha caratterizzato le ultime tre stagioni di tennis, quest’anno si è incrociata una sola volta, in finale a Monte-Carlo (nel 2025 erano stati sei i testa a testa, tutti in finale). È stata, la Sincaraz, il refrain dei giorni nostri; 128 uomini in tabellone ma soltanto due a giocare per il titolo. Ci si chiedeva, l’anno scorso di questi tempi, se Carlos e Jannik avessero ucciso il tennis, se lo avessero ridotto a una questione privata, un affare loro e di nessun altro. Il loro perfetto equilibrio da una parte, l’acqua alla gola di tutti gli altri dall’altra. Tutte le strade del Tour sembravano portare a una finale tra di loro e il percorso per arrivarci sembrava sempre così lineare, scontato.“I cannot enjoy”, non posso godermela. È una frase che pronuncia Novak Djokovic a un certo punto del suo documentario, The Wolf in Winter, diretto dal regista di The last dance Jason Hehir, appena uscito su Prime a pochi mesi di distanza da Rafa, l’altra docuserie tennistica dell’anno, dedicata a Nadal, giusto per rendere impossibile al tennis contemporaneo guardare avanti senza gli agguati della malinconia.“Il modo in cui ti comporti fuori dal campo deve essere funzionale a ciò che farai dentro il campo”, continua il serbo, che a 39 anni prosegue la sua caccia allo Slam numero 25, a tre anni di distanza dall’ultima volta in cui è stato campione major, prima di cedere il posto prima a Sinner e poi ad Alcaraz. I documentari agiografici e le comparsate, in borghese e non, dei grandissimi vecchi dimostrano la loro totale devozione alla causa. “Per essere il numero uno del mondo devi essere uno schiavo” aveva detto un giorno Juan Carlos Ferrero, nato negli anni Ottanta, ex numero uno al mondo ed ex coach di Carlos Alcaraz. Ossessivi, highlander, uno Slam dopo l’altro, la generazione nata negli anni Ottanta ci ha fatto credere che la nuova normalità fosse vincere per vincere ancora. Venti Slam la soglia minima al di sotto della quale non è più possibile definirsi un vincente. Gli articoli di David Foster Wallace e Federer vissuto come esperienza religiosa hanno contribuito a falsare le carte, a cancellare il prima e a tendere agguati al dopo con continui rimandi, paragoni, la dittatura della nostalgia. Lo ha scritto il New York Times nei giorni scorsi: “La grandezza nel tennis non è routine”. Sarebbe sbagliato che le imprese diventassero abitudine, che tutto ciò che non è un record venisse considerato poco interessante. La generazione dei fenomeni (come se questa non lo fosse) ha fatto saltare i vecchi equilibri, 20 anni e 66 Slam diviso 3, dal 2003 al 2023. Eccola allora la schiavitù di cui parlava Ferrero e forse non è un caso che lo spagnolo non sia più il coach di Alcaraz. È come se la generazione nata nel nuovo millennio stesse considerando nuove modalità di essere campioni, senza farsi divorare dallo sport. A 23 anni Alcaraz nei mesi scorsi, prima del suo infortunio che lo ha tenuto fuori per 4 mesi ha detto: “Ascolterò il mio corpo più di quanto abbia fatto in passato”. Simone Vagnozzi, dopo la vittoria di Sinner a Wimbledon ha ripetuto un concetto simile, stiamo parlando di ragazzi di venticinque anni, il tennis non può essere il primo pensiero e non deve essere l’ultimo. Non tutti i giorni, almeno. Alcaraz è tornato a New York con un nuovo look e lo stesso sorriso, durante le settimane fuori dal circuito è stato in barca, ha partecipato alla finale dei Mondiali di calcio, è andato al concerto di Bad Bunny, ha vissuto l’estate che vivono i ragazzi della sua età. Anche Sinner prima dell’infortunio ha mostrato di avere bisogno di fermarsi. È come se tutta la letteratura e la filmografia che abbiamo a disposizione, le infiltrazioni, il trash talk davanti allo specchio, le notti insonni e il mal di schiena, la disperazione dopo una sconfitta siano servite a tutti i ragazzi nati dopo gli anni Ottanta a seguire altri modelli, più contemporanei. Il tennis come se al mondo non esistesse nient’altro va bene per diventare un caso letterario. Nella vita reale è stato utile instaurare un rapporto più possibilità con il fallimento, l’eventualità di cadere, la necessità di fermarsi. “Il genio non è riproducibile. L’ispirazione però è contagiosa e multiforme”. Così finiva l’articolo di DFW su Roger Federer che vent’anni fa stava per vincere il terzo Us Open consecutivo. È stato l’ultimo giocatore capace di vincere back to back a New York, come se ai fenomeni di nuova generazione importasse qualcosa.Giorgia Mecca
Fuori Sinner, dentro Alcaraz. Il tennis si prepara all Us Open
Il numero uno al mondo non c'è per infortunio, lo spagnolo rientra. La rivalità che ha caratterizzato le ultime tre stagioni di tennis, quest’anno si è incrociata una sola volta, in finale a Monte-Carlo













