Us Open 2025: Alla fine è stata una prima di servizio di Alcaraz, variabile di tutto il duello con Jannik Sinner, l’ultimo colpo del singolare maschile. A dargli il via, l’onda lunga di un altrettanto singolare lamentela di Casper Ruud, reduce dalla finale di doppio misto con Iga Świątek: «Questo odore è ovunque, anche sui campi. Non è esattamente il mio odore preferito. Ed è decisamente la cosa peggiore del torneo». L’odore in questione è quello dell’erba: non quella di campo, perché Wimbledon è piuttosto lontana, e a Flushing Meadows si gioca sul cemento. Anzi, Deco Turf, ci teneva a precisare già trent’anni fa David Foster Wallace.Romantico, simbolico, ispiratore: il tennis secondo DFWFlushing Meadows, gli anni Novanta, il deco turf e la cannabis: erano le pagine di Democrazia e commercio agli US Open, uno dei due saggi entrati in seguito a far parte del volume Il tennis come esperienza religiosa (il secondo, ça va sans dire, quello dedicato a Roger Federer). Erano gli Open di esattamente trent’anni fa, e già allora il caratteristico odore di marijuana occupava uno dei passaggi più divertenti del resoconto del torneo vissuto «con pass stampa al collo» e con una palesata fierezza dallo scrittore di Ithaca. «Qua fuori senti aleggiare ovunque l’odore dolce di pino bruciato tipico degli spinelli e un ragazzo dalle braghe smisurate con i tastino laterali si sta facendo una canna su una panchina vicino a un signore anziano molto perbene e ben vestito, che se ne sta lì composto con le mani giunte, senza dare l’impressione di sentire odori sconvenienti. I newyorkesi hanno anche la capacità incredibile di badare ai fatti propri, di starsene per conto loro e di non accorgersi che succedono cose sconvenienti, una capacità che mi colpisce ogni volta che vengo qui e che sembra sempre collocarsi a un certo punto del continuum tra stoicismo e catatonia».KENA BETANCUR/Getty ImagesDifficile quantificare quanto sia realmente cambiato da quel torneo singolare maschile del 1995 vinto da Pete Sampras contro Andre Agassi in una finale tutta stars and stripes. Certamente nel frattempo è arrivato l’Arthur Ashe Stadium, l'impianto centrale allora in costruzione nella generale trepidazione, e che ieri sera ha chiuso il suo tetto trasformando la finale in un indoor. Gli sponsor, poi: qualcuno spazzato via dalla crisi del 2008 e dai tempi, qualcun altro che ne ha preso il posto a costi probabilmente altrettanto esorbitanti, ugualmente invadente. Eppure l’aria - e tutto ciò che contiene - parrebbe rimasta davvero la stessa.David Foster Wallace, il tennis, quello che restaErba a parte, quel saggio di David Foster Wallace continua a rappresentare una guida illuminante e pragmaticamente romantica su quello che resta e quello che se n’è andato, sul gigantesco agglomerato umano, ma non solo, che gravitava e gravita ancora al più importante torneo di tennis nel continente americano. Che era, e probabilmente resta, un racconto avvincente sull'intorno: ricchi e meno ricchi, personaggi appropriati e personaggi improbabili, bagarini che cercano di piazzare biglietti e gente alla disperata caccia di un biglietto che sullo stesso marciapiede sembrano non parlarsi, quantità oscenamente inverosimili di cibo insalubre consumate a prezzi altrettanto insalubri.David Foster WallaceSteve Liss/Getty ImagesDomandarsi, a trent’anni tondi tondi da quelle righe, cosa sopravviva dalle parti di Flushing Meadows Park di quello spirito e di quel tennis mistico, paradigma geometrico e fisico capace di far innamorare un autore che ha lasciato tutti perdutamente innamorati di lui, somiglia a un virtuosismo tecnico che non assegna punti. Nel footer del sito ufficiale degli US Open, su fondo blue indigo come da palette distintiva, campeggia ancora in bella vista il nome di USTA, United States Tennis Association. Divertiva molto DFW, nelle pagine del suo lungo articolo: Un torneo Usta, precisato compulsivamente ovunque, sui pannelli, nelle brochure, nel carissimo merchandising (rimasto tale anche oggi: un semplice portachiavi tocca i 40 dollari, un asciugamani i 60). Magari ai nostri giorni più discrezione, non meno senso pratico e polso nella governance: A USTA Event recita del resto puntualmente, inequivocabilmente e pleonasticamente la meta description del sito.Commercio e democrazia agli US Open, edizione 2025Se più che mai il commercio è vivo e lotta insieme a noi, all’apparizione del fervore paonazzo di Donald Trump partecipe dell’inno americano viene l'idea che la democrazia goda di salute un po' più incerta. Con quel termine di ascendenza ellenica, la democrazia, DFW si riferiva alla visione tennistica di Pete Sampras: «più caotico ma anche più umano». Ma insomma, una più estesa associazione di idee è divertente quanto brutale.Subito dopo si è fortunatamente aperto un altro capitolo della storia: Alcaraz-Sinner, Sinner-Alcaraz, tra botte e risposte e un dialogo che promette di essere un monologo per tantissimo tempo. Tra la potenza muscolare e disarmante dello spagnolo (in questo momento obiettivamente apicale), e la forza mentale e spirituale dell’italiano, DFW, innamoratissimo di Federer, avrebbe probabilmente prediletto la prima. Non è sicuro. Un sospetto è che le botte da orbi tra il latino e l’altoatesino, due modi di vedere il campo e forse la vita, lo avrebbero comunque divertito da matti, e fatto scrivere parecchio. Assieme all’immateriale certezza che questa oligarchia di anime diverse e complementari, dominatrici del tennis contemporaneo, una narrazione come la sua l’avrebbe meritata più di qualsiasi posto nel ranking e nella storia.
L'Us Open negli anni Novanta, l'erba (non quella del campo) e il tennis mistico e ispiratore di David Foster Wallace
Il dualismo dei nostri tempi Alcaraz-Sinner sul cemento americano, a trent’anni dall’edizione resa indimenticabile da un autore indimenticabile












