Se hai perso tutto e non puoi mantenerti agli studi, niente visto: e niente futuro. Sembra un paradosso: è la procedura. Specificata nero su bianco dal ministero degli Affari Esteri e da quello dell’Università e della Ricerca in una lettera agli atenei: «La preventiva accettazione di un candidato da parte dell’ateneo non conferisce alcun diritto all’ottenimento del visto». Niente deroghe. Anche se hai la casa sventrata dalle bombe, per il via libera ci vuole una garanzia economica. Ma le difficoltà non finiscono qui. L’anno scorso, infatti, le università si sono mosse nel perimetro del bando nazionale Iupals (Italian Universities for Palestinian Students) promosso dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui): da settembre scorso a maggio di quest’anno ha permesso l’arrivo in Italia di 230 studenti dalla Striscia. Ma ora il clima è cambiato: niente più coordinamento centrale. Così, agli atenei non resta che muoversi in ordine sparso. A cercare fondi – dei dipartimenti o privati – per finanziare borse di studio che coprano le spese di viaggio, vitto e alloggio. E far arrivare studentesse e studenti a settembre: in tempo per l’inizio dell’anno accademico.In lista per un futuroLoai Irwished ci manda via Instagram l’immagine della sua ex università: Al-Azhar University. Loai si è fotografato davanti al cancello di quel che resta dell’ateneo dopo le bombe israeliane. «Con la mia famiglia di dieci persone siamo stati sfollati dodici volte dall’inizio della guerra: per mesi la nostra vita è stata spostarsi da una tenda all’altra». Eppure Loai, 24 anni – nonostante la fame, la connessione che saltava e la vita in tenda – è riuscito a laurearsi: triennale in Ingegneria dei Sistemi Informatici, «con una media del 87,87 per cento. Ora sono stato ammesso alla magistrale in Ingegneria Informatica all’Università di Genova: un’ancora di salvezza per ricostruire il mio futuro con l’istruzione».Loai è uno dei fortunati, nella lotteria delle borse di studio (e dunque dei visti): l’ateneo genovese, infatti, ha messo a disposizione diciotto borse per altrettanti studenti di Gaza. Loai si è piazzato settimo. Unige – dopo la Statale di Milano – è l’ateneo che ha investito di più per creare corridoi universitari dalla Striscia: a quattro borse finanziate da Fondazione Carige ne ha aggiunte quattordici utilizzando fondi propri. Uno stanziamento di 189mila euro (ogni borsa ammonta a 13.500 euro per viaggio, vitto e alloggio per un anno) «attingendo agli utili ricavati da progetti dei vari dipartimenti», spiega Renata Dameri, prorettrice all’Internazionalizzazione. Che ha anche fatto appello ai privati della città, perché «adottino uno studente»: «Lasceremo la graduatoria aperta, sperando nella generosità di cittadini o enti. Certo, dal Ministero mi sarei aspettata un atteggiamento diverso: una deroga sul mantenimento economico per chi viene da una terra distrutta».Piccole arche di NoèSono 230, gli studenti palestinesi arrivati in Italia da settembre scorso con sette trasferimenti organizzati dal Ministero degli Esteri: nessun Paese in Europa – va detto – ha fatto di più. Stefano Simonetta, prorettore al Diritto allo studio della Statale di Milano, è andato per tre volte ad accoglierli personalmente ad Amman, in Giordania. «La prima difficoltà sono i fondi – racconta – il Ministero non ha mai finanziato nulla». L’anno scorso la Statale è riuscita a pagare 30 borse, quest’anno 31: «Dodici con fondi nostri, diciannove cercando finanziamenti da onlus, ong, realtà che vanno da Arci alle Acli a Coop». Le domande sono state 2.700. Simonetta spiega che dover valutare – ed escludere – è uno degli aspetti più dolorosi: «Ma continuo a cercare finanziamenti”. Alla Statale hanno deciso di riservare le borse ai più giovani, nati dal gennaio 2004 («cresciuti sotto i droni»), dunque per le triennali. L’elenco degli ostacoli è infinito: «Le attese, anche di nove mesi. Da gennaio – racconta – lavoriamo con il capo dell’Unità visti della Farnesina, Davide Marotta, una persona molto attenta e disponibile. Ma la procedura è complessa: dopo l’ok dell’Ufficio di gabinetto di Tajani, l’ambasciata di Amman e il consolato di Gerusalemme devono concordare l’evacuazione. Il nodo più difficile è la Giordania, preoccupata che gli studenti si fermino nel loro territorio».L’ultimo ostacolo è stato la richiesta di certificazione di lingua italiana a livello B2: dopo la protesta di rettori e rettrici, il 3 luglio una circolare ha precisato che il requisito è secondario per chi arriva da contesti di guerra. Poi c’è il tema delle studentesse madri: «I giordani non permettono di portare con sé i figli – spiega Simonetta – solo quelli minori di 18 mesi. Nemmeno sempre».I salvati e gli esclusiA Genova gli studenti già ammessi erano 84. Ma i fondi non bastano per tutti, così l’Università ha scelto: «Abbiamo puntato sulla magistrale – spiega Dameri – perché i tempi erano stretti e sarebbe stato complicato organizzare colloqui a distanza: con una laurea in tasca era più semplice valutare sulla base dei risultati. Non solo: la magistrale dura solo due anni: così è più realistico poterli sostenere anche il secondo anno».Tra gli esclusi c’è Yousra Ghabayen, 23 anni. Ci racconta delle urla che continua a sentire, dell’immagine dei cani che mordono i cadaveri nella polvere che non riesce a scacciare. Quando via e-mail le è arrivata l’ammissione alla triennale in Scienze e tecnologie marine ha pensato a «una nuova vita». Ma il bando è per le magistrali. «Spero ci ripensino. A Gaza il mare ci è precluso: studiarlo per me significherebbe aiutare a far rinascere un intero settore».
Bloccati a Gaza dalla burocrazia: senza garanzia economica, gli studenti palestinesi ammessi alle università italiane rischiano di restare sotto le bombe
Le storie di chi ce l’ha fatta e di chi è rimasto escluso dalle borse






