Adriano Giannini ha passato metà della sua vita lavorativa a fare l’operatore di cinema. Il suo mestiere consisteva nell’inquadrare e mettere a fuoco. Un’abitudine, e un talento, che forse non ha mai accantonato davvero.

Se gli chiedi di provare a raccontare com’è stato entrare, da protagonista, in Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, il film che dei 5 italiani in concorso alla prossima Mostra di Venezia è decisamente l’outsider, esita: «Metto a fuoco le cose ora, mentre le racconto… Partiamo dall’inizio». L’inizio per lui è stata una videochiamata con il regista: «M’è apparso sullo schermo del computer questo viso così buffo, coi capelli arruffati, un Jean Jacques Annaud italiano (noto regista francese dalla folta chioma candida, ndr ), che mi guardava curioso e sorridente».

La storia, in realtà, parte da molto più lontano: Marco Bechis, regista italo-cileno, ha vissuto a lungo a Buenos Aires e nel 1977 è stato sequestrato dalla polizia argentina e portato in un carcere segreto. Garage Olimpo, film del 1999, raccontava quel luogo famigerato e partiva da quell’esperienza. E “Garage Olimpo” è anche il nome del processo che si celebra in Ritorno a Buenos Aires, un processo che si è svolto davvero – i torturatori e gli assassini sul banco degli imputati – processo cui anche Bechis ha partecipato come testimone.