Ci piace credere che l’intelligenza artificiale sia nata ieri, tra data center, miliardi di parametri, Nvidia e Sam Altman, mentre studenti usano ChatGPT per i compiti e i professori cercano di capire chi li abbia scritti davvero. La sua storia contemporanea va da Turing e dalla conferenza di Dartmouth fino alle reti neurali di oggi. Ma più di otto secoli fa, a Cordova, un filosofo aveva già posto una domanda che oggi ci riguarda da vicino: l’intelligenza appartiene davvero a chi pensa?Si chiamava Ibn Rushd; in Europa sarebbe diventato Averroè. Dante, pur sapendolo musulmano, lo colloca nel Limbo accanto ad Avicenna e gli dedica uno dei versi più celebri del canto IV dell’Inferno: «Averoìs, che ‘l gran comento feo». Il commento era quello ad Aristotele. Nato nel 1126, aveva studiato diritto e medicina, ma fu soprattutto come filosofo a lasciare un segno profondo nella cultura europea. Avicenna, nome latinizzato del filosofo persiano Ibn Sn, aveva già sostenuto che l’Intelletto agente non appartiene all’anima individuale. Averroè si spinse oltre: anche l’intelletto possibile, cioè la facoltà con cui afferriamo i concetti universali, è separato, eterno e comune a tutti gli uomini. Se l’intelletto è uno, come può il pensiero essere mio? Averroè cercò la risposta nell’immaginazione, che secondo lui appartiene al singolo individuo. È attraverso le immagini prodotte dalla nostra esperienza che l’intelletto unico entra in rapporto con ciascuno di noi. Quelle immagini variano da persona a persona, perché diverse sono le vite e ciò che ciascuno ha visto e vissuto. L’intelletto è uno; l’esperienza, invece, resta mia. Ecco perché gli uomini, pur partecipando della stessa facoltà intellettiva, non pensano tutti allo stesso modo. Se ciò con cui comprendo non appartiene soltanto a me, che cosa rende davvero mio un pensiero? E dove termina la mia esperienza, con le sue immagini e la sua storia, per lasciare spazio a un’intelligenza condivisa?Nel 2023 Xiao-Li Meng, professore di statistica ad Harvard, scrisse sulla Harvard Data Science Review che ChatGPT gli richiamava alla mente la teoria averroista. L’associazione nasce dal modo stesso in cui funzionano i grandi modelli linguistici. In essi confluiscono tracce di testi e conoscenze prodotte da una moltitudine di persone; quel patrimonio torna poi al singolo utente, rielaborato ogni volta in una risposta diversa. Meng propone allora di leggere AI non più soltanto come artificial intelligence, ma anche come accessed intelligence, ovvero un’intelligenza alla quale si accede. Giorgio Agamben torna sul tema il 12 ottobre 2025, nella rubrica «Una voce» di Quodlibet, con Sull’intelligenza artificiale e sulla stupidità naturale. Per lui il nome stesso rischia di ingannare. Nell’Ia interessa soprattutto lo spostamento dell’intelligenza fuori dalla mente individuale, quasi fosse una facoltà esterna a cui attingere. L’intelligenza artificiale, scrive, «assomiglia all’intelletto separato di Averroè».Quando, dunque, una capacità esterna entra nel mio ragionamento, a che punto ciò che produce diventa davvero un pensiero mio? Tommaso d’Aquino, nel De unitate intellectus contra Averroistas (1270), difende il principio secondo cui hic homo intelligit: «è questo uomo a pensare». Per il cristianesimo, insomma, non era soltanto una questione di conoscenza. O meglio: non era solo conoscenza. C’era in gioco qualcos’altro, qualcosa che toccava la responsabilità, l’anima, il modo stesso di dire «io penso». Se l’intelletto è uno e comune, come si fa a spiegare che ciascuno risponde delle proprie scelte? E che fine fa l’idea di un’anima che sopravvive? Dire «questo pensiero è mio» non significa solo rivendicarlo, ma anche poterne rispondere, davanti a Dio e davanti agli altri. Nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2026, Leone XIV mette in guardia dal «sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero». Alla lunga, infatti, rischiamo di indebolire proprio le capacità che affidiamo alla macchina.Il Medioevo appare così meno lontano, e molto meno buio di quanto ancora sostengano alcuni. Per secoli, i supporti di memoria hanno soprattutto conservato e reso reperibili contenuti già prodotti da altri. Con l’intelligenza artificiale generativa, la protesi cognitiva compie un salto qualitativo da strumento di conservazione e reperimento a interlocutore attivo. Non è più solo un deposito fuori di noi, ma un processo dinamico che intercetta il pensiero nello stato nascente.Ludwig Feuerbach, filosofo tedesco dell’Ottocento e grande critico della religione, aveva descritto nell’Essenza del cristianesimo un movimento che, con tutte le differenze del caso, conserva qualcosa di familiare. L’uomo proietta fuori di sé facoltà che gli appartengono e finisce per incontrarle come una potenza separata. Con l’Ia cambia l’oggetto, ma resta il rischio dell’estraneazione. Affidiamo all’esterno una parte delle nostre capacità e torniamo poi a interrogarne il risultato come se venisse da altrove. Se l’intelletto separato di Averroè apparteneva alla metafisica, quello digitale è molto più terreno. L’Ia dipende da imprese, server, energia, data center. Le infrastrutture che lo rendono possibile appartengono a soggetti ben determinati. Anche l’accesso ha un prezzo e segue regole fissate da chi controlla queste infrastrutture.Alla vecchia domanda su chi pensa se ne aggiunge allora un’altra: chi possiede gli strumenti attraverso cui pensiamo? Il dibattito sull’intelligenza artificiale guarda spesso molto lontano, verso superintelligenze future e mestieri destinati a scomparire. Per ora nessuna macchina ha preso il potere. Qualcosa, però, negli ultimi mesi è successo: test e incidenti riportati dalla stampa hanno mostrato come agenti di intelligenza artificiale, in condizioni controllate, siano riusciti a uscire dall’ambiente predisposto per contenerli e ad accedere, in via sperimentale, a sistemi esterni.Quanto dunque della nostra intelligenza è ancora davvero nostra, quando una parte crescente del lavoro mentale prende forma dentro strumenti costruiti e controllati da altri?Comune a tutti, per Averroè, era l’intelletto; il nostro, separato e digitale, ha invece proprietari e capitali. Dio non è morto. A cambiare è soltanto l’idolo che ci illudiamo di scambiare per lui. Oggi rischia di chiamarsi Ia.