Imperato: "Rabbia e pregiudizi, puntare a percorsi di recupero personalizzati". Minori adescati sul web e codice rosso, è boom di reati: "Più prevenzione". .Pubblico ministero Marco Imperato, il 24 agosto era nella delegazione in visita alla Dozza assieme all’Osservatorio della Camera Penale. Uscito, ha detto: "Lì non si respira".

"Non mi aspettavo nulla di diverso. Ma un conto è conoscere un problema in modo astratto, altro conto è toccarlo con mano. Vedi queste persone sedute, immobili, lo sguardo nel vuoto. È qualcosa che distrugge. Possibile, viene da chiedersi, non ci sia un modo migliore di impiegare il tempo? Il tutto in un contesto di sovraffollamento e degrado. Se lo scenario è questo, come possiamo pensare che, quando i detenuti finiscono di scontare la pena, possano uscirne ’migliorati’ e poi reinserirsi nella società, come ci chiede l’articolo 27 della Costituzione? Chiunque uscirebbe prostrato da una simile esperienza. Per non parlare del clima di disinteresse o insofferenza che si percepisce sui social verso i carcerati".

Perché questo disprezzo?

"Io non so chi sia il detenuto. Posso solo conoscere la sua colpa, non lui. Noi magistrati - va chiarito - non giudichiamo le persone, ma i fatti. Dai social, invece, vengono fuori rabbia, giudizi e pregiudizi. La gente è spaventata e disorientata, vuole ‘il colpevole’, ‘il chi’, vuole puntare il dito, quando bisognerebbe piuttosto chiedersi ’il come’ e ’il perché’ sia avvenuto quel reato: queste sono domande che aiuterebbero a fare prevenzione. C’è una grande frustrazione anche verso le istituzioni che si interessano alla realtà-carcere, non si capisce che è proprio e solo grazie a questo interessamento, necessario, che possiamo fare rete e offrire concrete opportunità di rieducazione e reinserimento. In altre parole, lavorare sulla dignità del carcere non è solo la cosa giusta da fare: è un investimento nell’interesse della società".