La polemica estiva tra Bonaccini e Meloni riapre una questione tutt’altro che banale: quanto è consapevole il voto nell’era dei social e dell’intelligenza artificiale? Dal dibattito sull’incompetenza degli elettori alla provocazione dell’epistocrazia, il vero nodo resta quello della qualità della partecipazione e della rappresentanza democratica. La riflessione di Pino Pisicchio

Onorando l’attitudine alle baruffe chiozzotte estive, allestite sotto l’afa carogna in mancanza di argomenti più freschi, si è svolto lo scambio di cortesie tra Bonaccini, l’alto dignitario del Pd che conobbe le gioie delle primarie aperte rimettendoci la segreteria nazionale dopo essere stato eletto dagli iscritti, e la presidentessa del Consiglio. Il tema: “chi vota la destra è culturalmente più carente”.

Detta così è apparsa come la solita sprezzatura di una certa aristocrazia giacobina, avvezza alla pratica radical scic.

Ovviamente la risposta è stata piccata e netta da parte della Meloni, con le argomentazioni prevedibili intorno all’arroganza della sinistra e alla democrazia che poggia sul suffragio universale. Non è mancata anche una stoccata all’incapacità dei suoi avversari di prendere voti tra i ceti popolari.