Di: SEIDISERA/DC Le immagini satellitari forniscono nuovi elementi per ricostruire scientificamente quanto avvenuto tra Nepal e Tibet: l’inondazione lampo di mercoledì è stata causata dal crollo di un ghiacciaio. Per una spiegazione più completa del fenomeno, SEIDISERA ha interpellato Cristian Scapozza, professore in Geomorfologia applicata alla SUPSI.“Un grosso ammasso roccioso sul quale c’era un ghiacciaio è sceso a valle. Si tratta di un crollo che si è sviluppato verso una quota di 5’100 metri e bisogna immaginare che la caduta è avvenuta su 1’400 metri di dislivello, quindi creando una fortissima interazione tra il materiale roccioso e la parte di ghiacciaio portata con sé”. Un'immagine satellitare che mostra la l'area di Syapru Besi, Nepal, all'indomani dell'inondazioneChe ruolo hanno giocato i cambiamenti climatici?“In questo caso, molto probabilmente il fattore predisponente non è legato ai cambiamenti climatici di questi ultimi decenni. Possiamo però vedere nei cambiamenti climatici il fattore di innesco, quello che chiamiamo un fattore scatenante. Non è ancora chiaro: potrebbe esserci una concausa di degradazione del permafrost”, ipotizza Scapozza. “Bisogna immaginare che, per generare un crollo di queste dimensioni, l’ammasso roccioso era già in qualche maniera fessurato ed alterato. Sicuramente, il fatto che dell’acqua di fusione del ghiaccio sia entrata nell’ammasso roccioso può averne favorito il distacco”. Eventi di questo tipo sono o saranno in aumento?“Eventi strettamente di questo tipo e con queste volumetrie, no. Secondo me vanno ancora considerati come degli eventi eccezionali”, afferma il geomorfologo. “Per volumetria abbiamo avuto anche sul territorio del canton Ticino, poco più di 500 anni fa, un evento simile. Non c’entrava un ghiacciaio, ma la frana del monte Crenone ha portato a valle, su un dislivello molto simile, 90 milioni di metri cubi. Quindi poco meno di quanto si è staccato in Nepal. Ma lì non c’era una relazione diretta coi cambiamenti climatici”. https://rsi.cue.rsi.ch/cultura/storia/La-Torretta-perduta-cos%C3%AC-la-Buzza-cambi%C3%B2-il-Ticino--3724713.html“Coi cambiamenti climatici assistiamo a un aumento di frequenza di eventi più piccoli: dal distacco di singoli blocchi di roccia, a piccoli crolli di roccia, all’accelerazione di detriti riempiti di ghiaccio, che poi vanno in qualche maniera a portare materiale nella parte superiore dei torrenti”, spiega Cristian Scapozza. “In quel caso, sì: c’è una relazione molto chiara tra le ondate canicolari, le isoterme molto elevate e l’aumento di frequenza di questi eventi, che sono recensiti dalla rete svizzera di monitoraggio del permafrost”. È possibile prevedere eventi di questo tipo?“Qui va fatto un discorso un po’ più ampio. Molto spesso le immagini satellitari sono utilizzate per riconoscere le forme di superficie (noi le chiamiamo le morfostrutture) che sono associate a dei versanti instabili o a dei detriti instabili. Noi stessi, come SUPSI, abbiamo partecipato alla creazione di una carta inventario delle frane in Nepal (non nella regione dell’evento): carte che dicono dove ci sono delle zone potenziali. Poi i metodi satellitari possono essere impiegati - laddove si hanno dei segnali di attività evidenti - per un monitoraggio dei movimenti”.“Quello che è importante è capire prima di tutto dove abbiamo un versante instabile, e poi poter avere un monitoraggio sufficientemente lungo, cioè dei segnali sufficientemente estesi nel tempo, che permettano di elaborare degli scenari e quindi di fare delle previsioni”, sottolinea l’esperto. “Su un territorio così grande come quello himalayano è illusorio poter riuscire a coprire tutto. In questo caso l’intelligenza artificiale potrebbe essere un aiuto, perché nel futuro possiamo immaginare un riconoscimento automatico o semiautomatico di segnali di movimento in queste immagini di interferometria radar da satellite”. https://rsi.cue.rsi.ch/info/mondo/Nepal-una-frana-dieci-volte-pi%C3%B9-grande-di-quella-di-Blatten--4016308.htmlIn quali zone potrebbe avvenire un evento simile?“Eventi simili devono associare una forte topografia, quindi dei forti dislivelli, con la presenza di ghiacciai. Quindi in realtà interessano le principali catene di montagne del pianeta, l’Asia centrale, se si pensa appunto all’Himalaya e la zona dell’Hindu Kush. Ce n’è stato uno in Perù nel 1971, quindi le Ande. E poi non dimentichiamo le nostre Alpi, perché seppure i volumi in gioco erano molto minori, eventi come la frana del Pizzo Cengalo del 2017 o la frana di Blatten del maggio dell’anno scorso vanno inscritti in questa serie di eventi a cascata sedimentaria, dove abbiamo una vera e propria catena di eventi che partono da un crollo ad alta quota, ma poi vanno ad impattare il fondovalle”.