di Emanuele Baldi "Meglio secondi che ladri“. Con linguaccia rossa-sberleffo annessa. Il copyright è del ’Brivido sportivo’. Maggio 1982: che beffa, quella beffa. Quello slogan divenne il manifesto dell’allegria del color viola calpestato che gonfia però il petto davanti al potere freddo e anonimo, del bianco e del nero. Divenne una faccenda culturale nella Firenze laica del pallone. "Il gol di Ciccio (Graziani) era buono", dicemmo tutti. Ave Maria laica, da queste parti. Non la pensò così la giacchetta nera del tempo e lo scudetto se ne andò così – per l’ennesima volta – sotto la Mole antonelliana.

Graziani, un anno maledetto. "Non lo definirei così. Facemmo una stagione grandiosa e l’unico neo fu il terribile infortunio di Antognoni che lo costrinse a saltare una quindicina di partite. Con lui in campo sono certo che avremmo fatto quei 3-4 punti in più che ci avrebbero dato lo scudetto". Uno scudetto che sarebbe stato in qualche modo storico. "Sì, un tricolore da outsider. Come lo sono stati nei decenni quelli del Cagliari, del Verona, della Sampdoria...".

Durante la preparazione estiva vi ronzava in testa l’idea del tricolore? "Sono sincero: no. C’era, è vero, una squadra già molto forte di base a cui si aggiunsero, in quella campagna acquisti, oltre al sottoscritto anche il mio amico Eraldo Pecci, un giovanissimo Massaro e Cuccureddu. Però alla lotta per lo scudetto non ci pensava davvero nessuno".